giovedì 28 febbraio 2013

DOVE SI LAVANO I DIAMANTI DI SANGUE

Surat, India. Una città di oltre cinque milioni di abitanti sulle sponde del Mar Arabico, poco battuta dagli itinerari turistici ma con un’importanza commerciale enorme. La quasi totalità del commercio di diamanti dell’intero pianeta – legali o meno che siano – passa infatti da questa città.  Jason Miklian, giornalista del Foreign Policy, ha raccontato il ruolo di questa metropoli nel commercio di queste pietre preziose e nei traffici illeciti che lo accompagnano.
Surat è la quarta città del mondo per velocità di espansione, anche grazie al commercio dei diamanti che giungono in città a bordo di vecchi treni sorvegliati a vista da guardie armate. Le pietre, ancora grezze, vengono lavorate in innumerevoli opifici. Dei cinque milioni di abitanti di Surat, si stima che almeno 500.000 lavorino nell’industria dei diamanti. Le gemme arrivano con ogni mezzo dall’Africa, dall’Asia Centrale e da ogni altro centro minerario per poter essere lavorate sfruttando la manodopera a basso costo dell’India, senza che nessuno faccia troppe domande circa la provenienza delle pietre. La città belga di Anversa, che per 500 anni è stata il quartier generale del mondo dei diamanti, ha perso il suo predominio sul mercato proprio a causa della “troppa burocrazia”, ma a Surat c’è posto per tutti, anche per quei “diamanti insanguinati” che finanziano i conflitti nelle zone di guerra. L’intero sistema è protetto da un’intricata rete di famiglie, brokers e intermediari che lavorano quasi esclusivamente sul mercato nero. A Surat, i bassi salari e la scarsa regolamentazione del mercato hanno dato vita a una specie di paradiso dell’industria del diamante: il 90% delle gemme passano da questa città per essere sgrezzate e tagliate. E, soprattutto, per far perdere ogni traccia della propria provenienza. Un mercato che, ogni anno, frutta 40 miliardi di dollari. Il mondo dei diamanti è cambiato e chi gioca sporco ha trovato nuove strade per condurre il gioco. L’impero di De Beers, per anni unico signore dei diamanti, è stato lottizzato e venduto ad altri gruppi, i mercati di Hing Kong e Dubai si sono imposti sulla vecchia guardia e oggi la borsa dei diamanti più importante del mondo ha sede a Mumbai.  E, ovviamente, i signori della guerra hanno trovato il modo di aggirare anche i vincoli imposti dal Kimberley Process, un protocollo redatto da un gruppo di organizzazioni per i diritti umani che tutela i lavoratori dell’industria dei diamanti e che fornisce una sorta di “passaporto” per le pietre grezze, in attesa di essere spedite. Il certificato Kimberley è uno standard accettato in tutto il mondo, che attesta la provenienza “pulita” dei diamanti ma è ancora un sistema estremamente basilare. E a Surat nessuno si pone troppe domande. 
A dispetto della sua straordinaria ricchezza economica, Surat non è certamente un paradiso. Il lavoro minorile è ovunque e quando il film Blood Diamond uscì nella sale, molte imprese finirono al centro dello scandalo. Ma i bambini non hanno smesso di lavorare: sono solo stati trasferiti ai margini della città, in una zona meno in vista. Una persona che lavora i diamanti fa un lavoro duro e pericoloso: a 35 anni la vista è già compromessa e subentrano presbiopia e strabismo. Anni passati a respirare microscopici granelli di polvere di diamante provocano tubercolosi e malattie respiratorie. Una volta lavorate e tagliate, i diamanti vengono impacchettati e continuano il proprio viaggio verso il Nord America, l’Europa, l’Asia. Ogni scatola è accompagnata da una serie di certificati: è impossibile controllarli tutti. Così, per le guardie che dovrebbero sovrintendere il commercio delle gemme, “Il processo Kimberley non è rilevante” e gli ispettori non possono svolgere il proprio lavoro. Così, i diamanti insanguinati, illecitamente estratti e venduti per finanziare i conflitti in Africa e poi lavorati a Surat dalle mani di un ragazzino, vengono lavati dal sangue che li accompagna, pronti per diventare raffinati gioielli senza che nessuno conosca la loro storia.

BRANDON BRYANT DICE ADDIO ALLA GUERRA TELECOMANDATA DEGLI USA


Un “veterano” americano racconta cinque anni di guerra tecnologica contro i terroristi di Al Qaeda.  Una guerra condotta dagli Stati Uniti con l’uso di programmi ultrasofisticati con il supporto di droni, il tutto a centinaia di migliaia di chilometri dall’Afghanistan.

Mai in vita sua Brandon Bryant avrebbe immaginato uccidere un cane con due gambe. Ma nel mondo virtuale tutto è possibile, soprattutto quando la tua gerarchia militare confonde volutamente un animale con un bambino afghano ucciso con un missile Hellfire. Per Brandon è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo cinque anni trascorsi a fare la guerra come in un videogioco della playstation, ha deciso di lasciare l’esercito americano e svuotare il sacco. “In tutti questi anni, ho visto morire uomini, donne e bambini” racconta al giornale tedesco Der Spiegel, ma mai a distanza ravvicinata. La guerra al terrorismo Brandon l’ha condotta nel Nuovo Messico, a decine di migliaia di chilometri dai suoi nemici, rinchiuso in un container senza finestre, con una temperatura di 17 gradi. Dal 2007 al 2012, Brandon ha pilotato dei droni – i temutissimi aerei militari americani senza pilota, il giocattolo preferito di Barack Obama – al cuore di un’unità molto speciale dell’US Air Force. “Davanti agli occhi di Brandon e dei suoi colleghi scintillavano quattordici schermi. Sotto le loro dita, quattro tastiere. Era sufficiente che Brandon spingesse su un bottone affinché un uomo morisse dalla parte opposta del pianeta” dettaglia Der Spiegel. In cinque anni, Brandon ha ucciso una decina di esseri umani.

Confortevolmente seduto nel suo “cockpit”, quel giorno smanettando conduce il suo Predator in volo notturno verso un villaggio situato tra Baghlan e Mazar-e Sharif, nel nord dell’Afghanistan. Sullo schermo appare un villaggio con tanto di case, stalle e capre. Di puntini rossi, simbolo della presenza di essere umani, non c’è traccia. Passano pochi minuti e gli viene ordinato di lanciare un missile di tipo Hellfire. Brandon non ci pensa su un attimo: mentre mette nel mirino la casa in cui sarebbe rintanato un pericolosissimo talebano, il suo collega preme sul suo joystick. Ci vogliono tredici secondi prima che il razzo colpisca il target, dai due ai cinque secondi prima che le immagini registrate sul terreno con l’uso di telecamere infrarosse appaiano sui suoi schermi. Ancora sette secondi prima dell’impatto e nessun essere umano in vista. Brandon potrebbe essere ancora in tempo e deviare la traiettoria del suo missile ma non c'è traccia di presenze umane. All’improvviso spunta dal nulla un bambino che corre in un angolo della casa. Troppo tardi. Un bagliore appare sullo schermo. Pessimo segnale. L’Hellfire è esploso. La casa crolla e il bambino è scomparso, probabilmente morto sotto le macerie. “Dimmi, abbiamo appena ucciso un bambino?” chiede Brandon al suo collega. “Credo di sì” afferma il pilota. Scorrono lunghissimi minuti al termine dei quali i due piloti ricevono un colpo di telefono da un posto di comando dell’esercito americano: “No, era un cane”.
Brandon non è convinto e ripassa le immagini registrate. “Un cane con due gambe non lo avevo mai visto” conclude. Così come quel giorno si è concluso la sua esperienza professionale nell’US Air Force con 6mila ore di volo alle spalle. Nel suo diario personale, si legge: “Sul campo di battaglia non ci sono belligeranti, ma soltanto sangue, la guerra totale. Mi sento talmente morto. Vorrei che i miei occhi si scomponessero”. Con buona pace del presidente Obama, che dei droni ha fatto la sua arma preferita nella lotta degli Stati Uniti d’America contr
o il terrorismo internazionale.

LA VIOLENZA SULLE DONNE IN SUDAFRICA NON HA COLORE

Oscar Pistorius era il perfetto eroe sportivo sudafricano perché la vittoria sulla disabilità l'aveva reso una figura ammirata da tutti in una società ancora segnata dalle divisioni. Ma la cultura machista in cui è cresciuto coinvolge tutti i gruppi razziali e spiega in parte gli elevati tassi di violenza domestica nel paese. "Per provare la loro virilità i sudafricani neri devono andare in giro armati di coltelli e avere tante ragazze", dichiara Rachel Jewkes, del Medical research council (Mrc) sudafricano. "Gli afrikaa ner bianchi come Pistorius non hanno bisogno di avere tante ragazze, ma il loro amore per le armi è una dimostrazione del desiderio di mettere in evidenza la loro mascolinità". Le esatte circostanze della morte di Reeva Steen kamp, l'ex modella e fidanzata di Pistorius uccisa il 14 febbraio 2013, sono ancora da chiarire, ma tutti i sudafricani ricordano che la sua morte è avvenuta alla vigilia della campagna contro gli stupri del Venerdì nero, lanciata in memoria di Anene Booy sen, 17 anni, morta il 2 febbraio a Bredasdorp, vicino a Città del Capo, dopo essere stata stuprata e sventrata da una banda di cui faceva parte anche il suo ex ragazzo. "In Sudafrica dobbiamo prendere coscienza del gravissimo problema della violenza, in particolare di quella nei confronti delle donne", dice Lisa Vetten, ricercatrice specializzata nello studio della violenza domestica. Le statistiche della polizia in questo campo sono limitate, ma i 15.609 omicidi e i 64.500 stupri denunciati nel periodo 20112012 lasciano intravedere livelli altissimi di violenza. Secondo i rilevamenti dell'Mrc il 40 per cento degli uomini ha picchiato la propria compagna e un uomo su quattro ha stuprato una donna. Tre quarti degli uomini che ammettono di aver stuprato una donna sostengono di averlo fatto la prima volta da adolescenti. E mentre un quarto delle donne ha subìto violenze sessuali, solo il 2 per cento sporge denuncia. A detta degli esperti, la società sudafricana presenta tutti gli elementi che favoriscono la difusione di stupri e violenze: una cultura in cui vige la legge del più forte, profonde disuguaglianze economiche che fanno sentire gli uomini più deboli, disparità nei rapporti tra i sessi, lacune nell'educazione dei figli - in particolare dei maschi, abbandonati a loro stessi - e un alto tasso di disoccupazione maschile. Un senso di impunità "Qui è davvero raro avere un padre in casa", spiega Jewkes. "Inoltre gli uomini pensano che le donne dovrebbero sottostare al loro controllo. In questo senso è cambiato poco negli ultimi vent'anni, e nonostante il tasso di omicidi nel paese sia sceso del 50 per cento, quello degli stupri è invariato". Sotto il governo del presidente Jacob Zuma, noto per le sue dichiarazioni sessiste, si è difuso un senso di impunità tra gli uomini. Il ministro degli insediamenti umani Tokyo Sexwale è impegnato in una causa di divorzio intentata da sua moglie Judy, che lo accusa di abusi psicologici e verbali. La carriera politica di Sexwale però non sembra averne risentito. Il problema degli stupri si ripresenta con una certa regolarità sui mezzi d'informazione. A gennaio i giornali traboccavano di stupore per la forte reazione della società indiana allo stupro di una studentessa. I commentatori sudafricani si chiedevano perché nel loro paese una reazione simile sarebbe stata impensabile. In Sudafrica c'è una legge sulla violenza domestica che permette alla polizia di intervenire se una donna teme un attacco, ma raramente viene applicata. Jennifer Williams, direttrice del Women's legal centre, aferma: "C'è un problema di risorse e di formazione dei poliziotti. Spesso le donne si sono sentite dire dai poliziotti: 'Lui sembra una brava persona, siamo certi che riuscirete a mettervi d'accordo'. Ad altre viene negato il processo per carenza di magistrati. È un'emergenza nazionale, eppure i centri a disposizione delle vittime di stupro stanno chiudendo". u gim Da sapere u Il 19 febbraio l'atleta sudafricano Oscar Pistorius è comparso in tribunale per rispondere dell'accusa di omicidio premeditato della fidanzata Reeva Steenkamp. La donna è stata uccisa il 14 febbraio con tre colpi di arma da fuoco nella casa di Pistorius a Pretoria. L'uomo nega le accuse e sostiene di aver scambiato Steenkamp per un ladro. 

mercoledì 27 febbraio 2013

MAHONY, L'UOMO CHE COPRI' 129 CASI DI ABUSO


L’ombra degli abusi sull’elezione pontificia. Il gruppo “Catholics United” ha lanciato una petizione on-line per impedire al cardinale Roger Mahony, sollevato dall’incarico di arcivescovo di Los Angeles per aver insabbiato casi di pedofilia, di partecipare al conclave che il mese prossimo eleggerà il nuovo Papa. «Il cardinale Mahony dovrebbe fare la cosa giusta e stare a casa», sostiene il gruppo, sottolineando che «avendo messo i bambini in pericolo, ha perso la sua possibilità ad avere una voce nella Chiesa». Da parte sua, Mahony sul suo blog ha risposto: «Negli ultimi giorni sono stato ripetutamente umiliato».  

La campagna contro Mahony del gruppo cattolico di sinistra, ripresa dalla stampa americana, ha suscitato un vasto eco negli Stati Uniti, con molte voci schierate contro l’ex arcivescovo di Los Angeles. Per il Washington Post, Mahony è «fortunato a non essere in prigione», sottolineando che la «sua continua preminenza riflette la cultura dell’impunità nella Chiesa cattolica un decennio dopo che la sua tolleranza e complicità nell’abuso dei bambini è stata svelata». Ma non tutti sono di questa opinione: per il reverendo Thomas Welbers della Chiesa del Buon Pastore di Beverly Hills, la posizione di Mahony come membro del Conclave è parte del processo elettivo: «il diritto di voto non è determinato da come gli altri percepiscono la persona», ha spiegato.  

Nonostante sia stato sollevato dall’incarico di arcivescovo, Mahony resta un cardinale in buona salute e al di sotto degli 80 anni, condizioni che lo rendono eleggibile per essere uno degli 11 cardinali americani che si recheranno a Roma il mese prossimo per scegliere il successore di Benedetto XVI. Lo stesso Mahony, all’indomani dell’annuncio del Papa delle sue prossime dimissioni, aveva scritto sul suo blog, dicendo di «non vedere l’ora di recarsi presto a Roma per aiutare a ringraziare Papa Benedetto XVI per il suo servizio alla chiesa e per partecipare al Conclave per leggere il suo successore».Alla vigilia delle dimissioni papali, il decano del Sacro Collegio, Angelo Sodano avrebbe tentato invano di chiedere al Pontefice una linea «soft» nei confronti dell’arcivescovo emerito di Los Angeles, Roger Mahony, accusato di aver coperto i preti pedofili della sua diocesi. Ora la vicenda torna incandescente in vista dell’imminente conclave. Malgrado sia stato sollevato da tutti gli incarichi, il cardinale americano entrerà nella Cappella Sistina e ciò provoca proteste in vasti settori del mondo cattolico. Gli viene addebitato l’insabbiamento di 129 casi di abusi, ma lui invoca «la grazia di sopportare le umiliazioni». Intanto negli Stati Uniti si raccolgono le firme nelle parrocchie per chiedere l’esclusione del porporato dall’elezione pontificia. L’accusatore di padre Aguilar Rivera, Anthony De Marco, afferma di essere in possesso di 130 pagine che documentano le malefatte del prete e che non erano disponibili l’ultima volta che Mahony ha testimoniato. Il prete, tornato in Messico dopo essere stato avvertito dall’arcidiocesi che un’inchiesta di polizia nei suoi confronti era probabile, è sospettato di avere molestato almeno 26 ragazzini durante i nove mesi di residenza nella diocesi. Il ruolo di Mahony nel cover up ha indotto il suo successore José Gomez a «degradarlo» impedendogli ogni impegno pubblico nel territorio della arcidiocesi. E tuttavia, secondo il Los Angeles Times, l’alto prelato più volte senza successo tentò di ottenere dal Vaticano la rimozione di preti accusati di abusi. 

I documenti pubblicati dall’arcidiocesi rivelano infatti che il cardinale si trovò spesso davanti un muro: la burocrazia romana incline ai ritardi e riluttante ad affrontare un problema potenzialmente esplosivo. Mahony ha ammesso sul suo blog la sofferenza provocata dalle critiche degli ultimi giorni: «Per essere onesto fino in fondo non posso dire di avere raggiunto il punto in cui posso pregare per ulteriori umiliazioni. Sono allo stadio in cui chiedo la grazia di sopportare l’umiliazione subita al momento». «Negli ultimi giorni mi sono trovato ad essere umiliato molte volte. Sono stato affrontato in più di un luogo da gente molto infelice. Posso capire la loro rabbia nei miei confronti e nei confronti della Chiesa», ha scritto il cardinale. La vicenda, tra l’altro, sbarca anche tra i cattolici italiani. Famiglia Cristiana, pubblicando un ampio dossier, ha lanciato un sondaggio online chiedendo agli utenti di esprimere la loro opinione: Mahony al Conclave sì o no? A proposito dello scandalo pedofilia, comunque, interviene monsignor Charles Scicluna, che per dieci anni è stato promotore di giustizia del Sant’Uffizio occupandosi proprio della lotta ai casi di abusi. Su questo, secondo Scicluna, «Benedetto XVI ci lascia un’eredità irremovibile che segna il futuro della Chiesa».«Benedetto XVI - aggiunge alla Radio Vaticana - si è impegnato con molto coraggio in particolare a rompere la cortina di silenzio che copriva molti casi, in rispetto al principio che solo la verità ci rende liberi». l caso Mahony, negli Stati Uniti, sta montando mediaticamente anche perché un gruppo assai determinato di fedeli cattolici ha annunciato una petizione per chiedere al cardinale di rinunciare a partecipare al Conclave -scrive il settimanale-. Intanto, dopo che il successore monsignor Gomez, in una lettera pubblica ai fedeli aveva spiegato, il 31 gennaio, che il cardinale era `sollevato da ogni incarico amministrativo e pubblico, Mahony aveva pubblicato sul suo blog una risposta evidenziando che il suo successore “non una volta in questi anni ha mai avanzato un solo dubbio sulle nostre politiche, pratiche e procedure per affrontare il problema degli abusi sessuali del clero sui minori”. Malgrado ciò, evidenza ancora il foglio paolino, che lancia anche un sondaggio sulla vicenda, Monsignor Gomez, il 15 febbraio, facendo parziale marcia indietro sulle precedenti disposizioni, ha assicurato che sia il cardinale Mahony che il suo ausiliare monsignor Thomas Curry, anche lui colpito da sanzioni, “rimangono vescovi in piena regola nell’arcidiocesi di Los Angeles e possono celebrare i sacramenti e svolgere attività pastorale”. Monsignor Gomez ha «invitato i fedeli a `pregare per il cardinale Roger Mahony mentre si prepara ad andare a Roma per eleggere il nuovo Papa che prenderà il posto di Benedetto XVI». Dunque lo scandalo dei preti pedofili estende i suoi rami velenosi anche sull’imminente Conclave.  

Si infiamma sempre di più il caso del cardinale Usa Roger Mahony, ex arcivescovo di Los Angeles recentemente «punito» dal suo successore per aver coperto decine di vicende di abusi sessuali su minori, che figura tra i 117 «elettori» chiamati a scegliere il nuovo Pontefice ma che un’ampia fetta di cattolici statunitensi vuole ora sia estromesso dal Conclave. Mahony, 77 anni, è stato sollevato da tutti gli incarichi dall’attuale arcivescovo, mons. José Gomez, che lo ha riconosciuto responsabile di aver insabbiato 129 casi di abusi da parte di sacerdoti, e per uno di questi, quello di un sacerdote messicano accusato di aver abusato di decine di bambini nella diocesi di Los Angeles nel 1987, dovrà deporre in Tribunale sabato prossimo, 23 febbraio, quindi proprio a ridosso della sua partenza per Roma. Più si avvicinano i giorni del Conclave, quindi, e più il caso Mahony suscita imbarazzo.Non è difficile comprendere come un «elettore» accusato di una lunga omertà sui casi di pedofilia costituisca una macchia nel processo di designazione del successore di Ratzinger. E che Mahony sia tenuto fuori dal Conclave è la richiesta di un gruppo di cattolici Usa, Catholics United, che hanno lanciato una petizione. «Se un cardinale è privato del suo ruolo pubblico nella diocesi, perché dovrebbe essere premiato con la possibilità di votare per il prossimo Santo Padre? Il cardinal Mahony aggraverebbe ulteriormente lo scandalo e la vergogna per la nostra Chiesa se partecipasse al Conclave», si legge nella petizione che chiede all’alto prelato di restare a casa. 

GRILLINI VIOLENTI

C'è un fenomeno di cui nessuno parla, ma che è inquietante: ed è la crescente violenza verbale che caratterizza coloro che suguono Grillo. Ormai su Facebook è praticamente vietato criticare Beppe Grillo, qualsiasi cosa faccia, se non ci si vuole trovare sul profilo due, tre e a volte anche più persone (a seconda di quanto sia frequentato quel profilo) che scrivono insulti. Impossibile argomentare in qualsiasi maniera, si ha torto a priori a criticare Grillo o ciò che fa o ciò che dice. 
La riprova pochi minuti fa. E' appena starta resa nota l'incredibile vicenda dello staff di Grillo che impedisce ai giornalisti italiani di salire sul palco, nei posti loro riservati, per impedire loro di fatto di lavorare. Oggi, che i giornalisti scrivono sui computer, hanno bisogno di un posto dove stare seduti e dove non piova; farli stare in piedi e sotto l'acqua non è possibile, se devono l avorare. E' dovuta intervenire la Polizia, per farli accedere, mentre i Carabinieri stavano cominciando - eseguendo gli ordini dello staff di Grillo - a cacciare via i giornalisti. Si tratta di un episodio grave e fortemente antidemocratico: la "selezione dei giornalisti" era prassi ai tempi del fascismo ed è ritornata in auge con Berlusconi; ma non è certo sintomo di democraticità. I motivi li ho già spiegati in un altro editoriale,ma sono riassumibili in poche parole: Grillo non ha alcuna capacità dialettica nel rispondere alle domande. E' in grado solo di ripetere i monologhi che si prepara, pieni di insulti e di frasi fatte. Ma di fronte ad una domanda concreta, è incapace di dare una risposta coerente. Per questo lui non vuole usare la Tv, dove o ne hai il controllo (come Berlusconi) oppure a qualche domanda devi pur rispondere. Lui è riuscito ad aggirare il problema, grazie a Casaleggio. Perchè il problema di Internet è che di solito non puoi avere un rapporto unilaterale (del tipo televisivo: io parlo, tutti ascoltano), ma il rapporto finisce con l'essere bilaterale o multilaterale. Finora, chi aveva affrontato il web con le intenzioni di un discorso unilaterale, come Berlusconi, aveva avuto scarso successo: piovevano critiche a volontà. E anche censurando quelli scomodi, risultava comunque una misura di scarso effetto. Invece Casaleggio ha ideato un giusto mix: su Internet un gruppo molto nutrito di influencers, cioè persone in grado - per popolarità e capacità individuale - di manipolare le discussioni, non attraverso la censura, ma deviando la discussione su altri argomenti. A questi ha affiancato i cosiddetti Meet-up: gruppi di persone che esistono sia sul territorio che sul web, in grado a loro volta di appoggiare e seguire gli influencers, per dare più peso ai loro interventi. E questi sono stati un nucleo che ha aggregato la vera forza del Movimento 5 Stelle: i delusi degli altri partiti. I quali si comportano come gli antichi ronin giapponesi. Il ronin era un samurai che aveva perso il padrone da servire, tradendo, in un certo senso, il proprio dovere di morire per lui. Per questo spesso diventavano vagabondi e vivevano in maniera isolata. Ma se trovavano un nuovo padrone, si legavano ad esso quasi con la forza della disperazione, usando ogni sistema, non importa quanto subdolo o malvagio, per restare con lui. Tanto che nel tempo il termine ronin ha assunto una valenza molto negativa. Ed è questa la forza del Movimento 5 Stelle: i ronin provenienti soprattutto dal Pdl e dal Pd. E sono costoro quelli che più spesso usano la violenza verbale. 
Una violenza verbale che poi Grillo sa aumentare, con qualche verità, qualche bugia e molte mezze verità. E soprattutto col silenzio: ha fatto delle promesse che, se dovessero essere mantenute, costerebbero qualcosa come 200 miliardi di euro l'anno, senza spiegare da dove prendere i soldi. Mentre, laddove i grillini possono comandare, hanno riempito la pubblica amministrazione di amici, parenti e conoscenti (Mira, comune in provincia di Venezia) oppure hanno tartassato di tasse i cittadini (come a Parma) senza però fare nulla per sistemare i problemi del comune. 
E così su Facebook, chi ha postato la notizia dell'assurdo e antidemocratico comportamento di Grillo, è stato subissato di insulti; anzi, molti grillini hanno commentato la notizia dicendo "ha fatto bene, i giornalisti sono tutti venduti" e così via. Senza pensare due cose: la prima è che è dovere dei giornalisti informare; volerli estromettere significa non voler far sapere agli altri cosa succede. La seconda è che hanno impedito a lavoratori di fare il loro lavoro. Per di più parliamo di una categoria di persone verso cui il programma di Grillo si accaniosce particolarmente. Infatti, se si va a vedere il programma di Grillo, il suo obiettivo è cancellare l'uso di giornali e Tv. Certo, non come norma diretta; ma eliminando i contributi pubblici ai giornali, senza prima modificare il mercato della pubblicità (attualmente nelle mani di Mediaset e ddella Rai), significa condannare alla chiusura quasi tutti i giornali e le Tv private locale. Mentre l'idea che ciascuna rete televisiva debba avere un azionariato pubblico, con il maggiore azionista che non può avere più del 10% delle azioni; insieme alla norma che prevede la messa all'asta ogni 5 anni dei canali televisivi, significa far chiudere le TV. Infatti, acquistare le frequenze televisive comporta un esborso di centinaia di milioni, se non di miliardi.. una volta che ci sono 35 soci (per fare un esempio), come li convinci tutti a cacciare i soldi? Soldi che poi sono a fondo perduto, dato che diventa difficile guadagnare abbastanza anche solo da recuperare l'impegno economico; non parliamo di fare utili, dato che, oltre alle frequenze televisive devi pagare gli stipendi, le atttrezzature, i diritti dei film, ecc. ecc. Con il sistema proposto da Grillo, le TV chiuderebbero, semplicemente. 
Resterebbe solo il web, che è nelle mani di Casaleggio, dato che è quello che ha più esperienza nel settore ed è anche quello che ha più agganci nel gotha dell'economia e della finanza: banche come la JpMorgan, miultinazionali come la Monsanto, ecc. Ma sul web ci sono anche i suoi squadristi, coloro che, come dicevano, aggrediscono anzichè discutere. Esattamente come il loro capo aggredisce e insulta chiunque, però non parla mai del programma, non parla mai delle banche o dell'evasione fiscale... Insomma, fa un discorso tarato sulle esigenze di chi sta sopra di lui. E, diciamolo chiaro, anche sulle sue. In questa campagna elettorale, una delle pochissime cose giuste delle da Pierluigi Bersani, segretari del Pd, è stata: "Grillo vuole governare sulle macerie. Ma sulle macerie gli unici che vivono bene sono i miliardari". E Grillo lo è miliardario, un dettaglio su cui pochi riflettono. Se qualcosa va male, lui va in Svizzera e fa una vita da nababbo. Se qualcosa va male, noi dove andiamo?

fonte: Antonio Rispoli

LUCI SPENTE SULLA STRAGE DI TIENANMEN


«In accordo con la legge, i regolamenti e le condizioni di utilizzo» è vietata la memoria del massacro di Tienanmen. Sono passati quasi 24 anni da quando, il 4 giugno 1989, un numero imprecisato di persone (forse migliaia) perse la vita nella brutale repressione degli studenti pro-democrazia. Ma il Partito continua a non volerne sentire parlare. 

Così la macchina della censura ingrana la marcia. Come sempre, adattandosi alle circostanze. Vietato dunque l'emoticon a forma di candela, rivela Shangaiist.com, che sparisce dalle opzioni del social network dopo che alcuni utenti l'avevano utilizzato per ricordare Tienanmen. Vietato l'utilizzo dell'emoticon a forma di fiamma, su cui gli attivisti online avevano immediatamente ripiegato, che Weibo ha implementato per le Olimpiadi di Londra: scomparso anche quello. E per chi provasse a inserire nel motore di ricerca del sito gli ideogrammi che compongono la parola 'candela', c'è il solito messaggio per «armonizzare» la rete: nessun risultato, in ossequio alla «legge» e agli appositi «regolamenti».
Secondo l'agenzia Reuters, poi, agli utenti di Sina Weibo è proibito perfino cambiare l'immagine del profilo: un tentativo di «impedire loro di pubblicare qualsiasi foto per commemorare l'anniversario». Alcuni, in ogni caso, sono riusciti a sfuggire ai controllori. Il blog China Files, infatti, ha raccolto una serie di immagini, vignette e provocazioni che ricordano il coraggio del manifestante che si oppose all'avanzata dei carri armati, e i numeri che compongono la data della vergogna: 89, 6, 4. Numeri che alcuni hanno cercato di riportare in vita postando foto di orologi fermi sull'ora del massacro: tutte rimosse in poco tempo. O ricorrendo all'ormai noto stratagemma di parlare del "35 maggio". Troppo facile, per i censori. Impossibile anche scrivere il numero "23": ricorda gli anni trascorsi dalla strage. Un'attività di controllo incessante che si accompagna a quella, ormai usuale, di cancellazione dei pensieri sgraditi. Che prosegue, e si intensifica nelle ore in cui è più alto il rischio di far trapelare notizie invise al regime. Come queste.
E se, scrive Shangaiist.com, sul microblog rivale Tencent Weibo le candele possono al momento circolare liberamente, le mani dei censori non si allungano solo sui social media. Il filtro della Grande Muraglia Elettronico, infatti, impedisce da sempre ai cinesi di accedere alla verità storica reperibile in rete, filtrando espressioni come «mai dimenticare» e, naturalmente, Tienanmen. Se non bastasse, c'è il blackout vero e proprio della connessione. Che sarebbe in corso a Hong Kong, dove sono attesi oltre 100 mila manifestanti, secondo quanto riportano diversi utenti. Intensificata anche la repressione offline, con la restrizione della libertà di movimento per dozzine di dissidenti, ex prigionieri politici e attivisti.
Tempi duri, insomma, per chi confidava che i social network potessero animare una «primavera cinese» sull'onda di quella che ha sconvolto il Medio Oriente. Perché, dopo aver chiuso i commenti su Sina Weibo per tre giorni e aver ottenuto l'obbedienza – anche se solo formale – dell'azienda alla richiesta del governo di concedere l'iscrizione al servizio solo con la propria identità reale, il regime continua a premere affinché Weibo diventi in tutto e per tutto un megafono del potere. Tanto che il microblog, per evitare guai, ha implementato lo scorso 28 maggio un codice di autoregolamentazione per costringere gli utenti a parlare con la voce del regime. Il sistema è inedito: ogni iscritto parte con 80 punti, 100 se si registra con il codice identificativo ufficiale fornito dal governo, e ogni «menzogna» gliene sottrae alcuni. Giunto a zero, perde il suo account. «Il governo cinese ha trovato un modo per trasformare il controllo di Internet in un gioco», ha osservato su Twitter l'editorialista bielorusso, Evgeny Morozov. Se gli utenti ne osserveranno le regole, non potranno che perdere.

martedì 26 febbraio 2013

ELEZIONI, TANTI SOLDI E ZERO RISULTATI


L'esito elettorale di queste ultime ore, tra la corsa ad accaparrarsi gli scranni e tra i numeri e dati forniti dal Viminale rendono chiara, al momento, una sola cosa. Ovvero, la difficilegovernabilità di questo Paese. Una situazione precaria ed instabile che porterà ad una conseguenza, di cui si vocifera da ieri dopo i primi, incerti, exit pool: riformulare la legge elettorale, provare con tutti gli sforzi possibili ad approvare lemanovre più urgenti per il Paese e poi ritornare a votare. Costruire quindi un'intesa tra le varie forze politiche per i prossimi tre, quattro, sei mesi prima di riaprire le urne elettorali. Ma quanto costano allo Stato le elezioni? 

Il calcolo è presto fatto. In Italia le sezioni elettorali sono 61.597; tra queste ci sono anche 595 sezioni ospedaliere -  istituite nei nosocomi e nelle case di cura con almeno 200 posti letto - e 1.620 seggi speciali, allestiti presso gli ospedali e le cliniche più piccole (da 100 a 199 posti) o nelle carceri, più 3.290 seggi "volanti", attrezzati per la raccolta dei voti nelle case di cura con meno di  100 letti. 

Il costo complessivo di ogni sezione, che comprende il variomateriale elettorale - schede, matite, urne, registri e cancelleria varia - e il compenso di presidente e scrutatori (che aumenta nel caso del doppio spoglio, come avvenuto in Lombardia, Lazio e Molise dove alle Politiche si è aggiunto il voto Regionale) si aggira intorno ai 6.135 euro. Una cifra che comprende anche lo stipendio fornito alle forze dell'ordine impiegate per la sicurezza delle elezioni: 21.154 poliziotti, 21.154 carabinieri, 11.526 finanzieri, 3.268 forestali, 300 poliziotti penitenziari, 3.638 vigili urbani, 585 poliziotti provinciali. 

Per lo spoglio, il presidente di seggio percepise 187 euro, una cifra che sale a 224 euro se si vota anche per le Regionali. Lo scrutatore e il segretario invece guadagnano normalmente 145 euro, che diventano 170 nel caso di doppio voto. 

La cifra totale, quindi, elargita dallo Stato per le elezioni del 24 e 25 febbraio, è di 389 milioni. Una cifra che copre anche altre spese, quali: l’organizzazione tecnica, come il montaggio e lo smontaggio delle cabine, la movimentazione dei tabelloni per la propaganda elettorale, la raccolta e trasmissione dei dati, ma anche le spese per le agevolazioni di viaggio agli elettori (sconto sul treno, pedaggio autostradale gratuito... per un totale di 9,8 milioni) e quelle relative all' esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero.

Spese che sono ripartite tra i Ministeri interessati, anche se è al Ministero dell'Interno che spetta la spesa più pesante: 315 milioni, distribuiti tra quattro voci di spesa (73 i milioni per il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, 5 i milioni per il Dipartimento della Politiche Personali e 237 i milioni per il Dipartimento Affari Interni e Territoriali).

Soldi provenienti dalle casse dello Stato, che versano già in gravi difficoltà. E il pensiero di dover ritornare a votare molto presto non è per niente rassicurante.

NESTLE' - UN'ALTRA TRISTE REALTA'


Un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno poiché non vengono nutriti con il latte materno. A questa cifra tremenda calcolata dall’UNICEF dobbiamo ancora aggiungere i milioni di bambini che si ammalano gravemente a causa di questa forma di malnutrizione. La causa maggiore di questo bilancio é il latte in polvere, promosso dalle grandi società prodruttrici del settore. Visto l’aggravarsi della situazione, l’UNICEF e l’OMS (Organiz-zazione Mondiale della Sanità) hanno varato un Codice Internazionale con leggi precise che proibiscono ogni forma di promozione di latte in polvere nei paesi poveri. Ma questo non é certo bastato. Per fermare i tentacoli delle multinazionali non bastano certo alcune leggi, anzi...  Menzioniamo dunque l’accusata Nestlé, che a tutt’oggi viola queste leggi in maniera molto superiore che non i propri concorrenti. Chiaramente una legge va aggirata per benino: ecco quindi la Nestlé fornire gratuitamente il latte in polvere agli ospedali. Il bambino si abitua subito a bere dal biberon e questo sfavorisce l’allattamento al seno, con tutte le conseguenze del caso. Infatti una volta a casa il bambino continuerà a essere allattato con questo latte, che nella maggior parte dei casi costa più della metà dell’intero reddito familiare. Non potendosi permettere grosse quantità di latte, le madri sono costrette a un utilizzo improprio del prodotto, come l’eccessiva diluizione in acque malsane, poco potabili oppure non potabili del tutto. Ecco spiegati i conseguenti casi di malnutrizione e di malattie, come disidratazione o forte diarrea, fino al tragico epilogo della morte. Nel 1986 l’Assemblea Mondiale della Sanità ha adottato una risoluzione che stabilisce quanto segue: "Nessuna fornitura, gratuita o con sussidio, di latte in polvere per bambini deve essere data agli ospedali o ai reparti maternità; l’ammontare necessario dovrà essere acquistato dalle istituzioni". La Nestlé pare sorda da entrambe le orecchie. Per questo invitiamo chi sta leggendo questo articolo a boicottare i prodotti di una multinazionale poten- te e assassina. Ricordiamo che la grande società alimentare é già stata oggetto di boicottaggi. Un primo boicottaggio venne sospeso nel 1984, quando la Nesté promise di rispettare il Codice Internazionale. Come ben sappiamo questo non avvenne e il boicottaggio venne riattivato nel 1988, concentrando l’azione sul prodotto di punta della Nestlé, il Nescafé. Senza contare gli episodi che vengono definiti di "ecoterrorismo", come il più recente avvelenamento con topicida di due panettoni delle marche Motta e Alemagna . La Nestlé ora ha ammesso che le forniture gratuite sono dannose, ma manterrà le forni-ture agli ospedali finché i governi non avran-no varato leggi in materia.
La Nestlé avvelena e uccide milioni di bambini ogni anno. L’unico modo per fermarla sembra proprio quello di prenderla per il borsello. Allora diciamo: "NO" ai prodotti di una multinazionale assassina. Espandiamo un boicottaggio appoggiato a livello internazionale da migliaia di persone nonché da centinaia di organizzazioni, inclusa la chiesa d’Inghilterra

lunedì 25 febbraio 2013

VENDESI ORGANI - ANNUNCI SHOCK

Da quando la crisi è entrata nella fase più critica, centinaia di inserzioni shock hanno riempito le versioni italiane di molti siti specializzati in annunci gratuiti (tra gli altri adoos.it, annunci.net e soloinaffitto.it) costringendo talvolta i gestori a creare una sezione apposita. 

Entrandoci, si ha l'impressione di essere in un piccolo girone infernale, quello dei "nuovi disperati", figli di una classe media in ginocchio, persone che non riescono più a pagare il mutuo della casa o le rate del leasing. Gente finita in mano agli strozzini a forza di comprare a rate. Italiani di mezz'età, uomini e donne, costretti a gesti estremi per non affogare nei debiti. Persone che fino a oggi non si erano mai trovate senza un lavoro, declassate, senza certezze. Basta navigare un po' e rispondere a qualche annuncio per rendersene conto. 

Come se fossero frutto di un linguaggio comune, prodotto di una sorta di marketing della disperazione, le inserzioni si assomigliano tutte. Dati personali, contatti, richiesta economica, e minuscole biografie ricche di espressioni pietose. Sono tutti annunci reali. Nessuno ha voglia di scherzare. "Sono italiano - scrive "Salvolopol" - ho 45 anni, e sono un ex imprenditore. La mia attività è andata male e ho perso tutto già da due anni. In questo periodo la situazione è peggiorata. Per salvare la mia famiglia (moglie e due figli) dalla miseria e dalla disperazione nella quale siamo entrati, offro un mio rene, o anche midollo. Gruppo sanguigno - b rh positivo. In cambio di soldi, prezzo base euro 300.000. Mi dispiace chiedere dei soldi, nella mia vita non gli ho mai dato tanta importanza, ho sempre aiutato tutti come ho potuto. Se qualcuno accoglierà la mia richiesta gli sarò grato per tutta la vita e oltre". 

"Sono un padre che si è indebitato con le banche per aiutare i figli - dice "Italiano58" - e, ciliegina sulla torta, mia moglie ha dovuto subire un intervento chirurgico al cuore, e quindi non può lavorare per aiutare la famiglia. Le banche mi hanno chiuso la porta. E sono disperato perché sono al collasso economico e se non saldo i miei debiti con le banche mi vedrò portare via la casa. Sono disposto a donare gli organi del mio corpo, rene o fegato". 

C'è chi non ha nulla da offrire ma chiede ugualmente una mano affidandosi a un buon cuore che non esiste. Come Paola da Torino. "Ho 54 anni... è così difficile per me fare questo annuncio per tutto il dolore che mi reca questa situazione... per problemi mi sono dovuta avvicinare agli strozzini... fino ad ora sono riuscita a pagare... ho venduto tutto... le finanziarie non mi hanno aiutato... ho molta paura... chiedo aiuto... posso firmare cambiali o pagare 200/250 euro al mese... ma vi prego fatemi uscire da questo massacro... mi servono 12mila euro... vi prego aiutatemi ho pochi giorni". 

Ma i più vendono organi. Rispondendo a questi annunci si scopre che "i nuovi disperati" hanno fretta di concludere l'affare. Qualcuno, come se si trattasse di vendere un cavallo, garantisce la "qualità" del prodotto, mettendo online carta d'identità, cartelle cliniche e analisi del sangue. Altri raccontano la loro vita "sana" pur di convincere l'acquirente: "Faccio sport da quando ho dieci anni - dice al telefono Roberto, ex imprenditore di Savona, 41 anni, due case a rischio pignoramento e due ex mogli a carico - mi alleno tutti i giorni, non fumo, non bevo e non ho mai avuto malattie gravi. Appena mi vedrai capirai che sono un vero affare. Voglio 120 mila euro per un rene o parte del fegato". 

Per togliersi di torno strozzini o società di recupero crediti, sono disposti anche ad affrontare improbabili viaggi della speranza in Romania o in Bulgaria, dove a quanto pare in alcune cliniche private si effettuano espianti di organi saltando tutti quei passaggi burocratici e quei controlli che rendono l'operazione impossibile in Italia. "Un mio amico l'ha fatto qualche mese fa - dice telefonicamente Radu, un giovane romeno che da 5 anni vive in Puglia - Ha guadagnato 65mila euro in un colpo solo. Sta benissimo, è tornato a vivere in Romania, ha risolto i suoi problemi e ha salvato la vita di un uomo italiano. Ora lo vuole fare anche mia sorella, perché vuole mettere su casa in Italia. Chiede 65 mila euro...". 

L'impressione è che in pochi sappiano cosa stiano facendo. E soprattutto che nessuno si renda conto che il trapianto mercenario, si chiama così, oltre a essere una pratica illegale nel nostro paese (è vietato persino anche solo ospitare l'annuncio e fare da intermediario) è anche di difficile realizzazione. "Questi signori - spiega il dottor Renzo Pretagostini, coordinatore dell'Organizzazione Centro Sud Trapianti - sono talmente disperati da non rendersi conto dell'enormità del loro intento. Offrire midollo è completamente inutile, le possibilità che ci siano compatibilità tra donatore e ricevente sono veramente remote. Per quanto riguarda la donazione di organi in cambio di soldi, in Italia è impossibile. La legge prevede che la donazione di organi avvenga in maniera assolutamente disinteressata e per questo predispone un sistema di controllo invulnerabile, che prevede tra l'altro dei test psicologici da superare e l'ultima parola è lasciata a un magistrato. Tuttavia - dice Pretagostini - il fenomeno della vendita di organi da parte di italiani è una novità, sicuramente in aumento e le ragioni vanno ricercate nelle difficoltà dovute alla crisi". 

E anche nella richiesta di donazioni: in Italia si fanno circa 1900 trapianti all'anno, ma i donatori sono un migliaio e l'offerta risulta ancora insufficiente. 
L'unica possibilità è andare all'estero. In quel caso il trapianto mercenario si può fare, anche se i rischi si moltiplicano. Ma nel girone degli "annunci urgenti" i rischi sono calcolati. Ernesto P., casertano, vende un rene. Ha 36 anni, geometra, due famiglie da mantenere e un'azienda fallita alle spalle. All'acquirente spiega senza remore: "Lo so che è pericoloso. E so anche che è illegale, ma non mi importa. So che ci sono alcune cliniche private a Bucarest dove queste operazioni le fanno bene, andiamo lì. Oppure andiamo dove volete voi, basta che facciamo quest'affare. Quei soldi mi servono per non perdere la casa". 

Negli anni Novanta, dimostrando che spesso la malavita ha una percezione della realtà più precisa delle istituzioni, Saverio Morabito, il primo pentito di 'Ndrangheta a Milano aveva previsto qualcosa del genere: "Il business del futuro è il traffico di organi, bastano una clinica e un paio di medici, e da una sola persona puoi espiantare un sacco di organi. Il lato interessante della cosa è che ad avere bisogno di organi spesso è gente con un sacco di soldi, pronta a spendere qualunque cifra pur di tornare a una vita normale con un nuovo organo". Tornare a una vita normale. La stessa speranza dei nuovi dannati, disposti a vendersi un pezzo di fegato pur di trovare una via d'uscita. 


link del sito internet: http://www.soloinaffitto.it/RIMANDI/ANNUNCI_URGENTI.htm

SHOCK ALL'ESTERO DOPO LE ELEZIONI



La stampa internazionale galleggia sull’incertezza con meno ansia di quella nostrana. “Il Bunga Bunga è tornato?” si chiede l’Huffingtonpost, leader americano dell’online facendo riferimento alla resistenza dimostrata dal partito di Berlusconi ed è l’unica testata che si concede all’umorismo, in un panorama che va dal preoccupato all’incerto e anche preoccupato.
Altre testate invece puntano alle possibili conseguenze sull’economia europea, El Pais nell’edizione dedicata all’economia spiega che: “L’incertezza sulle leezioni in Italia spegne l’euforia dei mercati”, al quel risponde il francese L’Express con un titolo quasi identico.
La maggior parte dei commenti resta invece focalizzata sull’incertezza, Le Point parla di “Scenario all’italiana”, mentre in genere le altre testate usano termini che indicano lo stallo o il rompicapo, riferendosi all’incertezza sull’esistenza di una maggioranza capace di governare, termini come “instabilità” sono tra i più usati e puntano dritti all’impossibilità di formare un governo. Tutti titoli che sicuramente hanno contribuito a influenzare la reazione negativa dei mercati, ma anche e soprattutto titoli destinati a durare qualche ora, perché tutti si esercitano nella difficile arte di raccontare una situazione ancora in piena evoluzione e per niente certa.

DROGHE SINTETICHE

Mdma, mda, ecstasy, amfetamine, metamfetamine, Ice, Shaboo, Ketamina, ecstasy liquida. I nomi li conosciamo già, ma è la composizione delle nuove droghe sintetiche che, invece, sta mettendo sotto scacco specialisti e forze dell’ordine. Si tratta di un insieme di nuove sostanze  pensate, progettate e sintetizzate in laboratori dell’Est europeo da veri e propri “drugs designers” che puntano a soddisfare le esigenze delle nuove generazioni. Con effetti devastanti.
«Si tratta di una situazione difficile – spiega la direttrice del Sert di via Conca del Naviglio, Paola Sacchi – sia per noi che per le autorità. Questi designers cambiano continuamente la composizione chimica delle nuove droghe, creandone di nuove. Questo da vita a due ordini di problemi: noi medici, non conoscendo le composizioni, a volte ci troviamo a non sapere come intervenire in casi di emergenza; le autorità, non essendo tali droghe inserite negli elenchi delle sostanze vietate, si trovano a dover fare i conti con l’impunità degli spacciatori».
Nella società del “tutto e subito” i commercianti di droga si sono adattati alla personalità dei ragazzi, offrendo loro sostanze pronte all’uso quando necessario. «Produrre droghe “usa e getta” – continua Sacchi – è stata una delle grandi operazioni di marketing messa in atto dagli spacciatori. Quest’uso saltuario di sostanze ha portato i ragazzi a credere che prendersi una pasticca il sabato sera, piuttosto che imbottirsi di metamfetamine in previsione di un esame, non significhi essere tossico. Inoltre, queste nuove droghe sono accessibili e a buon mercato. Il risultato è un pericoloso processo di normalizzazione dell’assunzione di stupefacenti». Tutto ciò ha portato ad un vero stravolgimento della figura del tossicodipendente che non è più percepito come un emarginato sociale o un “alternativo”: tossicodipendente può diventare ed essere chiunque, a qualsiasi fascia sociale appartenga. «Anche questo – continua la dottoressa – è un altro aspetto che rende difficile il nostro lavoro».
I dati sulla città di Milano sono allarmanti. Gli 8mila pazienti in carico all'intero sistema di cura cittadino sono solo una piccola fetta dei 100mila consumatori stimati dall’Istituto Mario Negri che calcola il numero di dosi consumate in base allo studio delle acque reflue urbane. Il numero cresce se si calcola che molte sostanze non sono ancora conosciute o schedate come illegali.
Le nuove droghe soddisfano le esigenze sociali e psicologiche dei giovani, colmano vuoti e assecondano le richieste della società. Lavorare con le nuove generazioni sta diventando sempre più difficile. Per Simonetta Prenot, educatrice del centro di ascolto Emmanuel, «ci ritroviamo di fronte a ragazzi sempre più giovani e senza interessi, abituati ad ottenere tutto e subito. Queste droghe soddisfano proprio questa esigenza e il lavoro di distaccamento dalla dipendenza diventa più difficile. Quando si riporta il paziente ad equilibrio, ci si accorge che si ha di fronte un contenitore vuoto. Negli anni ’90, non era difficile incontrare giovani che, superate queste esperienze, concentravano il loro interesse sulla politica o sul sociale. Oggi non fa presa nemmeno questa leva motivazionale».

domenica 24 febbraio 2013

BAMBINI AL LAVORO

Per i bambini di Ribnovo l’arrivo dell’inverno segna la fine di una stagione durissima. Dall’inizio di settembre, infatti, decine di ragazzini accompagnano i genitori nei campi di tabacco di questo piccolo villaggio bulgaro alla frontiera con la Grecia. Per settimane i bambini, che hanno tra i sette e i 17 anni, passano i loro pomeriggi a stirare le foglie di tabacco a una a una, prima di sistemarle in lunghe collane e riporle delicatamente in scatole di cartone. Questi mesi di lavoro ininterrotto lasciano delle tracce sulla salute dei bambini. I volti sono pallidi e stanchi. Ahmet ed Elif, che hanno rispettivamente sette e nove anni, sono venuti per aiutare la famiglia. Per la nonna, guardarli lavorare è una sofferenza: “Ma guardate questi piccolini! Farli faticare così tanto. È un vero castigo. Non avrei mai creduto di vedere una cosa del genere con i miei occhi”. La donna scuote la testa: “Stiamo tornando indietro, come i gamberi”. I bambini di Ribnovo erano nei campi già a primavera: hanno lavorato otto, nove, dieci ore al giorno per trapiantare le piante di tabacco. Per tutta l’estate hanno zappato e raccolto, piegati in due sotto il sole cocente. Poi, in autunno, hanno stirato le foglie in una nuvola soffocante di polvere. E ora sono pronti a vendere, con i loro genitori, quello che hanno così faticosamente prodotto: qualche chilo di tabacco. Giultena Gusderova ammucchia le foglie con gesti energici: “Sono contenta, la stagione è quasi finita”, dice sollevandosi con lentezza. “La piantagione di tabacco ci spacca la schiena e quando stiriamo le foglie tossiamo in continuazione”, dice la ragazza asciugandosi la fronte. Si sistema la tuta nera che lascia intravedere un corpo da adolescente. Giultena fa attenzione al suo abbigliamento, anche quando lavora nei campi. A tredici anni le piacciono i cellulari all’ultima moda, passare il tempo su Facebook e sognare di andare al cinema a vedere Twilight. A scuola i suoi professori vorrebbero che continuasse gli studi, ma Giultena sa che e impossibile: “Preferisco non farmi troppe illusioni. Da noi in campagna i sogni non si realizzano facilmente”. Per aiutare i genitori a coltivare i loro cinque ettari di tabacco, Giultena non riceve nessun compenso. Del resto non ha scelta. “Nessuna famiglia può fare a meno dei figli”, conferma Feim Talamanov, il professore di chimica di Giultena. Quando chiede ai suoi studenti chi di loro lavora nei campi si alzano 25 mani. “I miei genitori da soli non ce la fanno”, spiega Hamide, una ragazzina bionda in prima fila. “E normale che li aiuti, loro lavorano tutto il giorno”. “Questi ragazzi sono in gamba”, sospira il professore, “ma non hanno più il tempo per studiare”. Decide il computer Kadri Gusderov, il padre di Giultena, viene a cercarla alla fine delle lezioni per portarla nei campi. Eppure non sembra uno sfruttatore di bambini. In passato di solito andava per sei-otto mesi all’anno a raccogliere tabacco all’estero. “Il lavoro non mi ha mai fatto paura”, spiega questo robusto contadino di 45 anni, che cosi riusciva a guadagnare tra i due e i tremila euro all’anno. A casa la moglie si occupava da sola dei loro campi, da cui ricavavano un reddito extra. I Gusderov erano considerati una famiglia che se la passava bene. “Mio padre aveva addirittura messo da parte dei soldi per farmi studiare”, confida Giultena mentre chiude un cartone. Ma con la crisi nessun paese vuole più manodopera bulgara. E cosi, come tanti altri padri, Kadri e stato costretto a tornare al villaggio. Giultena e i suoi genitori si fermano a mangiare un po’ di pane e formaggio sotto l’essiccatoio per il tabacco, in mezzo ai campi. Qui la natura e di una bellezza indicibile. “Credevamo di vivere in paradiso”, sospira il padre, “ma i monti Rodopi sono diventati la nostra prigione”. All’inizio degli anni duemila questa regione era piena di ottimismo. La Bulgaria sarebbe entrata nell’Unione europea nel giro di pochi anni, la crescita economica sfiorava il 6 per cento e, con le sue meravigliose valli di montagna, il paese sognava di trasformarsi nella Svizzera dei Balcani e di attirare orde di turisti.
Nei pressi delle aree protette sono state costruite tre grandi stazioni sciistiche. Da allora il paese si e piegato con grande zelo a tutte le esigenze di Bruxelles. Dal 2004 al 2009 decine di organizzazioni non governative hanno riportato sui banchi di scuola i figli degli agricoltori, nel quadro di un programma per la lotta al lavoro minorile patrocinato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Poi, nel 2007, la Bulgaria e entrata a far parte dell’Unione. Ma, un anno dopo, la crisi ha spazzato via la speranza di un rapido sviluppo e ha riportato i bambini a lavorare nei campi.
Nell’ufficio di Dragiša Pejović i muri sono in cemento grezzo e l’unico ornamento e un calendario della Bulgartabac. Il sindaco della città di Ribnovo e molto arrabbiato. Anche lui coltiva tabacco e anche lui fa lavorare le sue due figlie: Silve, di undici anni, e Nadje, di 18. “E ora che l’Europa apra gli occhi. Il settore del tabacco e stato lasciato alla merce dei grandi compratori internazionali. La prova? Guardi il mio contratto”, dice mostrando un modulo prestampato.
“Gli acquirenti arrivano all’inizio della stagione, distribuiscono i semi e ci fanno firmare degli accordi in cui il prezzo non e mai citato”, spiega indicando gli spazi lasciati in bianco. “Al momento della vendita o si accetta il loro prezzo o bisogna rimborsare i semi”. Sono pratiche commerciali brutali, che approfittano della fragilità di un paese in piena trasformazione.
Nel 2009 l’Unione europea ha smesso di versare aiuti ai produttori di tabacco bulgari. Nello stesso momento Soia ha messo fine al monopolio di stato sul tabacco e ha aperto il mercato alla concorrenza. Le multinazionali ne hanno approfittato per comprare al ribasso il tabacco orientale, l’ingrediente che da il tipico profumo alla miscela detta American Blend, tra le più richieste nei paesi occidentali. In questo modo i prezzi sono rapidamente crollati. “Ormai i più fortunati riescono a guadagnare al massimo 200-300 euro al mese”, dice Pejović indignato. “Ci hanno preso per la gola”.
Più di dieci anni fa Sdravka Tonova, medico dell’accademia delle scienze di Soia, era stata invitata dall’Ilo a stilare un rapporto – l’unico realizzato finora – sul lavoro minorile in Bulgaria. “Già nel 2001”, spiega la ricercatrice, “denunciavamo le numerose malattie di cui soffrono i bambini che coltivano il tabacco: lavorando piegati i loro polmoni non possono svilupparsi correttamente; nel momento della raccolta inalano la polvere del tabacco, che contiene sostanze cancerogene, e in età adulta contraggono bronchiti croniche, tubercolosi e perfino tumori”. Nessuna statistica aggiornata permette di sostenere queste affermazioni, ma gli esperti non hanno dubbi: il tabacco uccide lentamente i bambini che lo coltivano. A Debren, pochi chilometri a sud di Ribnovo, sono appena arrivati quattro uomini in tuta blu. Sono dipendenti della Socotab, uno dei più importanti acquirenti di tabacco orientale. Sistemano i loro computer in un hangar di cemento nel cuore del villaggio e aspettano i venditori. L’annata e stata buona e molti sperano di ottenere sei leva al chilo (circa tre euro). Ma l’illusione dura poco. La maggior parte del raccolto e pagata fra i tre e i cinque leva. I compratori non sono disposti a trattare: “Non possiamo farci nulla”, dicono scuotendo la testa, “e il computer che decide il prezzo”. Il risultato e semplice: il tabacco bulgaro è diventato il più economico di tutta l’Unione.
E la Socotab non è altro che una filiale della Universal leaf corporation, un gigante mondiale dell’import-export di tabacco e il primo fornitore di un grande produttore di sigarette. “Nei villaggi del sud della Bulgaria i coltivatori sanno che vendere alla Socotab vuol dire lavorare per la Philip Morris”, dice Azim Binjef, che ha appena scaricato le sue balle di foglie. In altre parole il tabacco coltivato dai bambini bulgari finisce nei pacchetti di alcune delle marche di sigarette più vendute in occidente. Quando chiediamo spiegazioni sui metodi di uno dei suoi principali fornitori, l’azienda statunitense si rifugia dietro l’affermazione di nobili principi: “Non tolleriamo il lavoro minorile”, ripete al telefono, dal suo ufficio a Ginevra, uno dei responsabili della comunicazione della Philip Morris. Ma rifiuta di riceverci. Eppure il gigante statunitense e il primo sponsor della Eclt (Eliminating child labour in tobacco growing), una fondazione interamente finanziata dagli industriali del settore, che lotta contro il lavoro minorile. Dall’Uzbekistan al Malawi, l’Eclt patrocina numerosi programmi e le sue attività sono controllate dall’Ilo, la stessa organizzazione che commissiona i rapporti sul lavoro minorile e critica i paesi in caso di violazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Cosi, mentre i grandi produttori di sigarette versano il loro obolo alla Eclt, altre aziende che finanziano la fondazione continuano nella più completa impunita a favorire in modo indiretto il lavoro minorile nei campi. In base a tariffe decise dai computer delle multinazionali.

MACELLI LAGER IN CALIFORNIA

Mucche a terra incapaci di camminare, tirate per la coda e picchiate con pungoli elettrici. Un bovino morente soffocato da un operaio con un piede, altri avviati alla macellazione ancora coscienti. Dopo il video choc girato da alcuni attivisti del gruppo «Compassion Over Killing», è bufera sull'azienda di macellazione bovina Central Valley Meat Company in California. Il mattatoio è stato chiuso dal Dipartimento per l'Agricoltura con l'accusa di crudeltà nei confronti degli animali e sono in corso ulteriori verifiche sulla salute degli animali macellati (che provengono per lo più dalla catena di produzione del latte) e sugli eventuali rischi per la salute dei consumatori.

Dopo la diffusione del video McDonald’s, cliente dell’azienda, ha annunciato la sospensione dell’acquisto di carne dal quel mattatoio. «Dalle immagini emergono comportamenti che sembrano inaccettabili e non aderenti agli standard che ci chiedono i nostri fornitori» ha spiegato la catena di fast food in un comunicato. Lo stesso Dipartimento per l'Agricoltura, che aveva acquistato dall’azienda 21 milioni di tonnellate di carne nel 2001 per le mense scolastiche, ha sospeso i rifornimenti.

Non è la prima volta che negli Usa vengono diffusi immagini choc che testimoniano abusi e crudeltà nei macelli. Nel 2008, sempre in California, il video girato sotto copertura negli stabilimenti della Hallmark Meat Packing Co portò al più massiccio ritiro dal mercato di carne bovina: 65 mila tonnellate potenzialmente dannose per i consumatori perché provenienti da bovini maltrattati, torturati e probabilmente malati. Anche in quel caso le immagini girate documentavano sevizie molto simili a quelle riportare alla Central Valley Meat Company: vacche costrette a camminare con scosse elettriche, altre picchiate con violenza e torturate dai lavoratori.