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sabato 2 marzo 2013

STORIE DI STREETBOYS


Il servizio civile ti butta in un universo parallelo fatto di profonde scoperte culturali, momenti emozionanti e storie toccanti. Alcune narrazioni si sviluppano giorno per giorno, grazie al lavoro che svolgi con le persone o a degli incontri casuali. Altre storie invece ti vengono raccontate, ma sono comunque così vivide che ti sembra di poter vedere con i tuoi occhi realtà lontane e strazianti.
Proprio quello che mi è successo di recente parlando con Brother Ravi, un seminarista Gesuita che vive nella comunità dove sono ospitata anch'io. Prima di poter diventare Padre un giovane che si unisce alla Compagnia di Gesù deve studiare e lavorare per 16 anni. Gli studi comprendono una laurea di propria scelta, una in filosofia e una in teologia. Le attività svolte invece possono essere le più disparate: insegnare inglese nelle scuole, coordinare i lavori negli slum, aiutare a gestire una parrocchia. Oppure, si possono fare anche esperienze più brevi, un po' avventurose, che permettono ai novizi di capire come vivono i più poveri e i più emarginati. E' quanto ha fatto Brother Ravi un anno dopo il suo ingresso nella Compagnia a Bangalore, in collaborazione con i Salesiani di Don Bosco:
"Quando avevo 17 anni ho vissuto per cinquanta giorni come un ragazzo di strada. Eravamo io ed un altro giovane Gesuita. Non è stato difficile inserirsi in una gang. Alla stazione centrale dei treni di Bangalore ci sono almeno dieci nuovi streetboys al giorno. In genere si tratta di ragazzi scappati di casa per problemi con la matrigna o con il padre alcolizzato. Noi ci siamo presentati un po' sporchi, e ci siamo uniti a loro. Chiaramente si sono resi conto che eravamo diversi, per il nostro modo di fare, perché parlavamo inglese, ma probabilmente hanno pensato che eravamo fuggiti da famiglie ricche. Così ci hanno accettati e abbiamo avuto la possibilità di condividere la loro vita.
All'inizio tutto faceva paura e infatti per i primi quindici giorni non abbiamo dormito per strada con loro, ma in un bugigattolo affittato dai Salesiani. Poi ci siamo abituati e siamo andati a dormire con gli altri ragazzi ovunque: in stazione, sui treni, nascosti alla meno peggio da qualche parte.
La sveglia era alle 4 e si cominciava subito l'attività di raccolta dei rifiuti, che non era proprio solo raccolta dei rifiuti... Rubavamo così tanto! Era davvero divertente, scavallavamo cancelli interi, venivano via che era una meraviglia. Quando finivamo la raccolta, alle 10 si andava a vendere, e il guadagno cambiava di giorni in giorno. A volte prendevamo cinquanta rupie, a volte duecento, ma non duravano mai. Andavamo tutti al cinema, compravamo la droga, puff! E i soldi erano spariti. La droga non era forte, mi ricordava le bottigliette del cancellino. I ragazzi ne versavano un po' sulla stoffa e sniffavano. Un giorno l'ho provata anch'io, ma non ho sentito nulla, mi è girata solo un po' la testa.
Il pomeriggio era dedicato all'elemosina, per me la parte più brutta. Non mi veniva proprio da chiedere i soldi, non ce la facevo. Solo una volta mi sono veramente immedesimato, ed è successo perché sono rimasto senza mangiare per ore... Me lo ricordo ancora: erano le due del pomeriggio, mi ero svegliato alle quattro del mattino per lavorare come rag-picker e non avevo messo nulla nello stomaco dal giorno prima. Ero così affamato! Allora si che ho chiesto veramente l'elemosina! Purtroppo però mi è andata male, perché comunque avevo l'aspetto di un giovane forte rispetto agli altri, e nessuno mi ha dato niente, e mi sono addormentato per strada.
C'era un altro tipo di elemosina, poi, che era ancora peggio, ed era quando chiedevamo cibo e non soldi. Oh, pensavo che non sarei sopravvissuto! Prendevamo un sacco enorme e poi andavamo di casa in casa, di bottega in bottega, e le persone buttavano dentro qualsiasi cosa, e tutto diventava un gran miscuglio che poi mangiavamo assieme con le mani luride.
I ragazzi però erano assuefatti a quella vita. Era davvero dura accettarlo. Senza farci notare dai capi-branco, noi prendevamo alcuni di loro ogni tanto e li portavamo alla Don Bosco per inserirli in una scuola-istituto, ma la maggior parte scappava, non voleva restarci. Amavano i furti, la droga, la libertà... E il sesso. Perché i più grandi abusavano sistematicamente i più piccoli e tutti i ragazzi assieme abusavano sistematicamente l'unica ragazza della gang - ogni gang ne aveva una o due. Era terribile lo stato in cui erano conciate quelle ragazze. I maschi bene o male se la cavavano in strada, ma le femmine dopo solo qualche settimana erano ridotte in uno stato disumano. Puzzavano a dieci metri di distanza. Erano totalmente abbandonate a se stesse, alla droga, alla morte.
Anche i sogni dei ragazzi erano irripetibili. Nel gruppo per esempio c'era un bambino di circa otto anni. Aveva degli occhi vispissimi e un visetto dolce... Era davvero carino! Aveva lavorato in un circo e ci intratteneva spesso facendo acrobazie. Ma quando gli ho chiesto cosa sognasse di fare nella vita, la sua risposta è stata: 'Voglio uccidere i miei genitori.' Voleva ucciderli perché l'avevano venduto al circo e la compagnia l'aveva torturato per insegnargli a fare le capriole. Ogni volta che sbagliava, prendevano una barra di metallo, la mettevano sul fuoco e poi gli bruciavano le gambe. Erano tutte piene di ustioni. Non sono mai più andato al circo dopo aver conosciuto quel bambino."

giovedì 28 febbraio 2013

DOVE SI LAVANO I DIAMANTI DI SANGUE

Surat, India. Una città di oltre cinque milioni di abitanti sulle sponde del Mar Arabico, poco battuta dagli itinerari turistici ma con un’importanza commerciale enorme. La quasi totalità del commercio di diamanti dell’intero pianeta – legali o meno che siano – passa infatti da questa città.  Jason Miklian, giornalista del Foreign Policy, ha raccontato il ruolo di questa metropoli nel commercio di queste pietre preziose e nei traffici illeciti che lo accompagnano.
Surat è la quarta città del mondo per velocità di espansione, anche grazie al commercio dei diamanti che giungono in città a bordo di vecchi treni sorvegliati a vista da guardie armate. Le pietre, ancora grezze, vengono lavorate in innumerevoli opifici. Dei cinque milioni di abitanti di Surat, si stima che almeno 500.000 lavorino nell’industria dei diamanti. Le gemme arrivano con ogni mezzo dall’Africa, dall’Asia Centrale e da ogni altro centro minerario per poter essere lavorate sfruttando la manodopera a basso costo dell’India, senza che nessuno faccia troppe domande circa la provenienza delle pietre. La città belga di Anversa, che per 500 anni è stata il quartier generale del mondo dei diamanti, ha perso il suo predominio sul mercato proprio a causa della “troppa burocrazia”, ma a Surat c’è posto per tutti, anche per quei “diamanti insanguinati” che finanziano i conflitti nelle zone di guerra. L’intero sistema è protetto da un’intricata rete di famiglie, brokers e intermediari che lavorano quasi esclusivamente sul mercato nero. A Surat, i bassi salari e la scarsa regolamentazione del mercato hanno dato vita a una specie di paradiso dell’industria del diamante: il 90% delle gemme passano da questa città per essere sgrezzate e tagliate. E, soprattutto, per far perdere ogni traccia della propria provenienza. Un mercato che, ogni anno, frutta 40 miliardi di dollari. Il mondo dei diamanti è cambiato e chi gioca sporco ha trovato nuove strade per condurre il gioco. L’impero di De Beers, per anni unico signore dei diamanti, è stato lottizzato e venduto ad altri gruppi, i mercati di Hing Kong e Dubai si sono imposti sulla vecchia guardia e oggi la borsa dei diamanti più importante del mondo ha sede a Mumbai.  E, ovviamente, i signori della guerra hanno trovato il modo di aggirare anche i vincoli imposti dal Kimberley Process, un protocollo redatto da un gruppo di organizzazioni per i diritti umani che tutela i lavoratori dell’industria dei diamanti e che fornisce una sorta di “passaporto” per le pietre grezze, in attesa di essere spedite. Il certificato Kimberley è uno standard accettato in tutto il mondo, che attesta la provenienza “pulita” dei diamanti ma è ancora un sistema estremamente basilare. E a Surat nessuno si pone troppe domande. 
A dispetto della sua straordinaria ricchezza economica, Surat non è certamente un paradiso. Il lavoro minorile è ovunque e quando il film Blood Diamond uscì nella sale, molte imprese finirono al centro dello scandalo. Ma i bambini non hanno smesso di lavorare: sono solo stati trasferiti ai margini della città, in una zona meno in vista. Una persona che lavora i diamanti fa un lavoro duro e pericoloso: a 35 anni la vista è già compromessa e subentrano presbiopia e strabismo. Anni passati a respirare microscopici granelli di polvere di diamante provocano tubercolosi e malattie respiratorie. Una volta lavorate e tagliate, i diamanti vengono impacchettati e continuano il proprio viaggio verso il Nord America, l’Europa, l’Asia. Ogni scatola è accompagnata da una serie di certificati: è impossibile controllarli tutti. Così, per le guardie che dovrebbero sovrintendere il commercio delle gemme, “Il processo Kimberley non è rilevante” e gli ispettori non possono svolgere il proprio lavoro. Così, i diamanti insanguinati, illecitamente estratti e venduti per finanziare i conflitti in Africa e poi lavorati a Surat dalle mani di un ragazzino, vengono lavati dal sangue che li accompagna, pronti per diventare raffinati gioielli senza che nessuno conosca la loro storia.

martedì 19 febbraio 2013

PRIGIONIERI IN GRECIA


Nea Vyssa è il sogno o l’incubo di migliaia di uomini. I migranti o i profughi che scappano dall’Africa o dall’Asia cercando una vita migliore in Europa arrivano in questo piccolo paesino al confine con la Turchia. Il loro viaggio di speranza mista a disperazione inizia dove finisce il confine orientale dell’Europa. Die Zeit dedica un reportage a questo luogo, dove vivono poche persone che ogni giorno osservano l’arrivo costante di una fiumana di migranti. A volte in gruppo, a volte isolati, sono numerose centinaia ogni giorno. Mentre l’Europa parla di come rimettere in sesto l’economia greca, Atene combatte contro un afflusso di stranieri che non è in grado di controllare. Anche per questo i nazisti di Alba Dorata stanno esplodendo nei sondaggi, perché la popolazione è esausta dopo anni di austerità e sempre più incattivita dalla massa di disperati che la polizia locale non riesce a gestire.

Atene soffre anche per il “buon lavoro” sulle politiche di sicurezza e controllo dell’immigrazione fatto da Francia, Italia e Spagna. L’isolamento dei paesi mediterranei rende la Grecia il porto d’approdo più facile per migliaia di disperati. La situazione è aggravata dal regolamento Dublin II, che disciplina la concessione dei visti per i profughi dei paesi europei. Secondo Dublin II i profughi vanno ospitati nel loro paese d’arrivo, e di conseguenza in questo momento la Grecia ha visto un’esplosione di queste richieste. Un flusso costante di domande che Atene non riesce a gestire, anche perché negli anni scorsi non è si mai dotato di regole e strutture efficaci per gestire questo problema. Le Ong europee hanno più volte segnalato questa situazione critica, che sta isolando ancora una volta il paese ellenico dal resto della Ue. Per ora, rimarca Die Zeit, la Germania ha solo interrotto l’invio di profughi verso la Grecia, ma per ora non esiste nessun sforzo comunitario per accogliere queste persone che Atene non riesce a gestire. Molti di questi migranti non sono in realtà profughi, ma mentono per poter rimanere in Europa, sapendo delle difficoltà greche nella gestione delle loro domande. Il flusso di nuovi arrivi a Nea Vyssa è esploso negli ultimi anni, come evidenziano i dati dei fermi. Solo 3 mila nel 2009, ora hanno superato i 30 mila. L’attraversamento del fiume Evros è pericolosa, visto che negli anni scorsi sono morte centinaia di persone per superare il confine naturale che separa la Turchia dalla Grecia. La polizia turca non contrasta questo fenomeno, anche perché ad Istanbul prospera il business dell’immigrazione verso l’Europa. Chi scappa dalla guerra o dalla povertà inizia in questo piccolo paesino ellenico il suo viaggio di disperazione, consapevole che i giorni da passare nei centri di permanenza così come i rischi legati all’attraversamento del fiume sono poco o nulla rispetto ad un sogno chiamato Europa.