Qufu, la città dove è nato Confucio, nella provincia dello Shandong, non è particolarmente bella. Ma in questa zona del sudovest della Cina i campi valgono oro. Da qui alla fine di settembre è partito un carico di fragole diretto in Germania. Nelle città dell’entroterra cinese, dove i camion carichi di carbone o di travi di ferro delle fonderie sfrecciano sulle strade appena asfaltate, l’aria è nera di smog. I campi coltivati che si estendono a perdita d’occhio forniscono il cibo al paese più popoloso del mondo. La raccolta dei peperoncini e del cotone è appena terminata. Tra due setti-mane sarà il turno del riso, poi ad aprile quello dell’aglio. Così adesso migliaia di contadine se ne stanno inginocchiate nei campi a piantare i bulbi di una pianta particolarmente redditizia per il settore alimentare internazionale. “L’aglio si mangia dappertutto”, spiega Wu Xiuqin, 30 anni, direttrice delle vendite di un’azienda agricola chiamata Success. “Lo vendiamo ovunque nel mondo e sempre di più anche in Germania”. Al momento, una tonnellata di aglio bianco costa 920 euro, e i tedeschi, spiega Wu, tengono molto alla “purezza” di questo prodotto, che vogliono ricevere ripartito in piccole confezioni. Più dell’80 per cento dell’aglio venduto a livello globale arriva dalla Repubblica popolare cinese. La Success ne produce diecimila tonnellate all’anno. E, a giudicare da quel che si vede alle iere dell’alimentazione di Berlino e di altre città, nessun paese del mondo è in grado di tenere testa alla Cina. La ditta produce aglio sbucciato, in iocchi, granulare e in polvere, e adesso ha inserito nell’assortimento anche lo zenzero, il peperoncino, le carote, le pere, le mele, le patate dolci e le arachidi. Il paese dove già si cuciono i nostri vestiti, si assemblano i nostri smartphone e si fabbricano i giocattoli dei nostri figli sta diventando un importante fornitore di beni alimentari per la Germania. Dato che l’immagine di questo paese non è generalmente positiva tra i consumatori, di solito l’industria alimentare sorvola sull’origine dei prodotti. La quantità di ingredienti coltivati e lavorati in Cina che finisce sulle tavole tedesche è risultata più chiara a molti solo alla fine di settembre, quando migliaia di bambini della Germania orientale hanno sofferto di diarrea e vomito. L’epidemia era stata probabilmente causata da una fornitura di fragole cinesi contaminate da norovirus. Cibo globale I lussi globali di generi alimentari hanno risvolti bizzarri. In alcune zone della Cina la popolazione ha tuttora poco da mangiare. Per questo il paese acquista terreni in Africa e importa quantità massicce di latte in polvere e carne di pollo e di maiale. Nel 2011 le aziende dell’Unione europea hanno venduto 393mila tonnellate di carne di maiale alla Cina, l’85 per cento in più rispetto all’anno precedente. Per le multinazionali dell’alimentazione il paese è un mercato in espansione che fa gola. D’altra parte, anche la Cina vende all’Europa molti più generi alimentari che in passato. Il campione mondiale delle esportazioni ha individuato a sua volta un mercato in crescita decisamente redditizio. Tra il 2005 e il 2010 il valore globale delle esportazioni cinesi di alimenti è quasi raddoppiato, attestandosi sui 41 miliardi di dollari. E la Germania nel 2011 ha importato dalla Cina 1,4 miliardi di euro di prodotti alimentari. Per ora è solo un 2 per cento di tutte le importazioni alimenta-ri tedesche, ma “la Cina si è inserita in questo settore con una rapidità e un impeto straordinari”, sostiene un esperto. Come sempre, il paese si è adattato alle esigenze del mercato. Se in passato negli alimentari tedeschi si trovavano soprattutto prodotti tipici, oggi esiste un fiorente mercato di alimenti di base e ingredienti prelavorati a buon mercato, come per esempio i secchi di fragole da dieci chili che sono finiti nelle mense scolastiche tedesche. So-no due gli aspetti che rendono la Cina interessante per i grandi gruppi industriali come Nestlé, Unilever o Metro: il prezzo e il volume. “Naturalmente potremmo acquistare le cipolle o i funghi anche da dieci fornitori diversi, ma sarebbe un immenso dispendio di energie”, spiega il dirigente di un’azienda alimentare. I distributori devo-no far sì che i produttori rispettino le regole del paese importatore, assisterli e controllarli. In Cina i campi sono sterminati come il numero dei lavoratori a basso reddito. “Raccogliere, lavare e tagliare le fragole è un lavoro ad alta intensità di manodopera perché l’uso di macchinari è praticamente impossibile”, spiega Felix Ahlers, il diretto-re del produttore di surgelati tedeschi Frosta. Quindi procurarsi la frutta in Europa, come fa la sua azienda, è costoso. Ma certe ditte pensano solo al risparmio. Anche la gamma di prodotti offerti dalla Cina sembra quasi infinita. Il paese è diventato per esempio il primo esportatore mondiale di miele, e inoltre produce una quantità crescente di cibi pronti, che sul mercato hanno un margine di profitto anche maggiore delle materie prime. Una parte consistente del pescato mondiale di salmone viene lavorata in Cina, dove si effettua tra l’altro l’affumicatura. Nella patria dell’anatra alla pechinese ormai si preparano anche le pizze surgelate dirette al mercato globale, a un quinto del prezzo tedesco. Dal punto di vista ambientale la produzione di pizze su scala globale non è così preoccupante. Se-condo i calcoli dell’istituto di ecologia applicata di Friburgo, il trasporto di surgelati non incide granché sull’ambiente. Ovvia-mente sarebbe “meglio mangiare sempre prodotti locali e di stagione”, dice Moritz Mottschall, un collaboratore dell’istituto, ma se a qualcuno viene voglia di fragole in autunno, il trasporto via mare di dieci tonnellate di frutta dalla Cina genera un’emis-sione di anidride carbonica di 1,3 tonnellate. Quando la stessa quantità di fragole viaggia in camion da Alicante ad Amburgo, nell’aria si immettono 1,56 tonnellate di CO2. Il problema principale dei generi alimentari cinesi è il contesto produttivo loca e: l’inquinamento provocato dai pesticidi tossici e dall’eccessiva somministrazione di antibiotici al bestiame si associa a volte a un’assoluta mancanza di scrupoli. Nel 2008 la melamina, un agente chimico, ha danneggiato la salute di 300mila neonati: i produttori cinesi avevano tagliato il latte in polvere con quella sostanza, che tra le altre cose è dannosa per i reni. Inoltre hanno anche messo in vendita piselli tinti di verde che perdevano il colore durante la cottura, orecchie di maiale finte, cavoli contenenti formaldeide, e gli oli usati dei ristoranti, recuperati dagli scarichi, trattati e imbottigliati. Il quotidiano China Daily ha riferito perfino di finte uova di gallina, e la notizia risulta divertente solo per chi ha la sicurezza di non doverne mai mangiare. In Cina, dove le garanzie per i consuma-tori non esistono, l’attivista Wu Heng è di-ventato una celebrità. La scorsa primavera Wu ha letto di una strana polverina che i produttori aggiungevano alla carne di maiale per venderla come manzo. Wu non è più riuscito a mangiare i piatti che contengono manzo. Allora ha aperto un sito web con una mappa su cui sono segnati tutti gli scandali alimentari riferiti dai mezzi d’in-formazione cinesi. Wu ha chiamato il suo sito “Lancialo fuori della finestra”, un’allusione al presidente degli Stati Uniti Theo-dore Roosevelt che un giorno, mentre face-va colazione, gettò disgustato una salsiccia fuori dalla finestra dopo aver sentito in che condizioni erano i mattatoi di Chicago. I prodotti più preoccupanti sono quelli di origine animale, afferma Zhou Li, docente dell’università Renmin di Pechino, che studia la sicurezza dei generi alimentari. Dato che la carne è più remunerativa della verdura, aumenta il desiderio di massimizzare i profitti. Come ha osservato Zhou, un tempo i contadini mangiavano quel che vendevano. Invece oggi si sono resi conto degli effetti nocivi dei pesticidi e dei fertilizzanti, degli ormoni e degli antibiotici, e destinano una parte della loro produzione al mercato, mentre per nutrire la loro famiglia continuano a coltivare secondo i metodi tradizionali. Molti ricchi hanno acquistato da tempo aziende agricole personali per non dover dipendere dall’offerta dei super-mercati. Secondo i giornali esistono perfino campi speciali per produrre il cibo destinato ai funzionari d’alto rango del governo. Nel 2009 il governo cinese ha approvato una nuova legge sulla sicurezza dei prodot-ti alimentari e nel 2010 ha istituito una commissione ad hoc. Inoltre in futuro i consumatori che denunceranno attività illegali riceveranno un premio in denaro. Ma p capire che non sempre tutto procede come previsto basta dare un’occhiata a Bruxelles, dove un sistema di allerta sugli alimenti e i mangimi avverte tutti i paesi dell’Unione europea della presenza di un prodotto contaminato. Fino all’inizio dello scorso ottobre a Bruxelles erano stati segnalati, solo per il 2012, 262 carichi provenienti dalla Ci-na. Tra i prodotti in questione c’erano ravioli infestati dai vermi, gamberetti contami-nati dagli antibiotici, arachidi maleodoranti e frutta candita con troppo zolfo. Ulrich Nöhle conosce molto bene il set-tore alimentare cinese. Il professore di chi-mica degli alimenti effettua da molti anni verifiche indipendenti nella Repubblica po-polare, dove controlla la qualità dei prodotti per diversi rivenditori tedeschi. L’esperto sostiene che dalla Cina arriva “quel che si ordina”. Bisogna specificare ai fornitori“come allevare il bestiame o quali requisiti devono essere soddisfatti per procurarsi la certificazione biologica”. Chi invece ordina in Cina solo le merci più economiche senza fare controlli non può lamentarsi se poi non riceve i prodotti che si aspettava. Una volta Nöhle si è accorto che i dolcificanti ordinati in Cina dalla Germania avevano un ripugnante odore di solventi. Quando ne ha parlato con i produttori cinesi loro gli hanno risposto: “Puzzano sempre così”. Nöhle ha dovuto far ristrutturare gli impianti finché la merce non ha soddisfatto le esigenze dei suoi clienti. Quando infine i prodotti vengo-no spediti non si fanno quasi più controlli. Al porto di Amburgo, dove arriva buona parte degli alimenti provenienti da oltreoceano e diretti al mercato europeo, già il 15 per cento delle spedizioni contenenti ingredienti di origine animale e il 20 per cento di quelle di origine vegetale provengono dalla Cina. Per il pesce, la carne, il miele e i pro-dotti caseari, l’importatore deve dichiarare in anticipo l’arrivo della merce all’ufficio veterinario e delle importazioni del porto di Amburgo e presentare i documenti di tra-sporto. A quel punto spetta all’ufficio stabilire se i prodotti possono entrare nel paese senza altri controlli. I container sigillati so-no aperti solo in caso di dubbi sul contenuto. Allora i veterinari accertano che il sistema di refrigerazione funzioni e che il trasporto si sia svolto alla giusta temperatura. Altre verifiche sono responsabilità delle autorità locali di controllo alimentare, più esperte di fast food che di lus-si globali di merci. I prodotti di origine vegetale sono ancora meno sorvegliati: che siano freschi, surgelati o sotto forma di conserve, in genere entrano nell’Unione europea senza alcun tipo di controllo. A questa regola fa eccezione solo un piccolo gruppo di alimenti particolari che in passato sono stati al centro di scandali o che sono considerati sospetti. Molti di questi provengono dalla Cina: arachidi, soia, riso, ravioli, pompelmi e tè. Questi prodotti sono controllati di frequente, e in alcuni casi singoli paesi ne bloccano le importazioni. L’irregolarità dei controlli rende difficile anche l’individuazione delle cause quando insorgono problemi. In quasi la metà delle 3.697 segnalazioni inviate dall’Unione europea nel 2011, le associazioni di tutela del consumatore “non sono sta-te in grado di risalire al produttore origina-rio”, afferma Nöhle. Però il fornitore delle fragole è stato identificato: i frutti sono stati coltivati, raccolti e surgelati nella provincia cinese dello Shandong e li ha spediti dal porto di Qingdao ad Amburgo la Foodstuf. In Germania le 44 tonnellate sono state ricevute e sdoganate dalla ditta di intermediazione Elbfrost Tiekühlkost, che il gior-no dopo le ha trasportate con dei tir ino a Mehltheuer, una cittadina della Sassonia. Il principale destinatario del carico della Elbfrost era la Sodexo, un’impresa internazionale di catering con sede in Francia, che in Germania gestisce sessantacinque cucine regionali. Ora le autorità stanno cercando di capire in che punto della filiera le fragole siano state contaminate. Prezzi vantaggiosi I dirigenti della Elbfrost hanno annunciato che non si riforniranno più in Cina e hanno spiegato che la ditta non può garantire che i produttori cinesi spediscano “merci di qualità ineccepibile”. Come mai allora la Elbfrost aveva deciso di acquistare quei pro-dotti? Nella Repubblica popolare l’azienda sassone non comprava solo fragole ma anche funghi e asparagi. La Elbfrost sostiene di dipendere dalle importazioni e i suoi vertici mettono l’accento sul “prezzo vantaggioso” degli ingredienti cinesi. Nel 2011 la Germania ha importato dalla Cina più di 31mila tonnellate di fragole prelavorate, costate in media 1,10 euro al chilo. Walmart, Carrefour, Tesco e Metro, le catene di supermercati più grandi del mondo, ma anche industrie alimentari come Coca-Cola, Unilever, Barilla, Campbell’s o Nestlé hanno capito di non poter fare affidamento né sui fornitori né sui controlli statali. Ma non possono neanche per-mettersi di vendere cibi contaminati, per-ché il danno per la loro immagine sarebbe immenso. Per questo le aziende più impor-tanti del settore hanno unito le forze per dar vita alla Global food safety infitiative e sviluppare un proprio sistema di controlli della qualità. “Concordiamo con i produttori le norme più appropriate”, spiega Peter Overbosch, della gestione internazionale della qualità di Metro. Ma queste misure non riguardano le imprese più piccole, come quelle che riforniscono le ditte di catering e i ristoranti. E in in dei conti anche il consumatore ha le sue responsabilità. In genera-le, afferma un supervisore alimentare di Amburgo, la Cina è in grado di produrre ali-menti di alta qualità, “ma arriva a destinazione quel che si è disposti a pagare”. Insomma, se si fa la spesa a buon mercato si riceve anche cibo a buon mercato.

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