domenica 17 marzo 2013

IL PETROLIO SALVERA' LA FORESTA?


Quando un nuovo giacimento di petrolio è stato ritrovato sotto la giungla amazzonica, inEcuador, non pochi attivisti avevano temuto il peggio. Compresa la tribù Kichwa, pronta a difendere la “sua terra”, circa 70mila ettari di territorio ancora vergine, possibile teatro di un grosso progetto di estrazione petrolifera. Quello già messo in cantiere dalla Petroamazonas, una delle maggiori compagnie sudamericane. Ma adesso, spiega il Guardian, potrebbe essere un piano radicale per riscattare i diritti di perforazione a risparmiare l’area più ricca di biodiversità del pianeta. Un progetto con il quale sarebbe evitata l’estrazione, in cambio di una donazione ingente da parte dei paesi industrializzati.
IL CASO - Ai margini del parco nazionale Yasuni si trova un’area incontaminata dove due tribù di guerrieri indiani (gli Huaorani, ndr) vivono in isolamento volontario, insieme a rari esemplari di animali: 150 tipi di rane, rettili, 600 specie diverse di uccelli e 200 differenti mammiferi. Una concentrazione unica che da tempo attira i biologi di tutto il mondo. Senza dimenticare 1.500 specie di piante e 400 di pesci. Ma nel 2007 è stato il ritrovamento di un gigantesco giacimento di petrolio, in una parte del parco Yasuni, a preoccupare tutti. Secondo le stime, dal petrolio dell Yasuni si potrebbero guadagnare circa 7 miliardi di dollari. In Ecuador i primi giacimenti sono stati ritrovati dalla compagnia petrolifera Texaco, nel 1967. Cinque anni più tardi, quando la zona era sfruttata, la dittatura militare dell’Ecuador ha cominciato a sfruttare le estrazioni, preannunciando l’inizio di una nuova era di sviluppo per il paese.
Kelly SwingCRITICHE –  Nei primi anni le estrazioni del petrolio hanno contribuito a creare ospedali, scuole e strade. Ma 45 anni dopo, l’Ecuador ha solo la metà delle sue riserve – 4,5 miliardi di barili – di cui il 20% si trova sotto il parco Yasuni. Alberto Acosta, ex ministro del petrolio, è oggi diventato un ecologista radicale, che si presenta come candidato alla presidenza per un gruppo di partiti di sinistra nelle elezioni del mese prossimo. E critica la stessa idea di puntare sull’oro nero: “La realtà è che il petrolio non ha portato sviluppo per l’Ecuador”. Questo perché, pur permettendo la costruzione di diverse infrastrutture strategiche, è stato responsabile dell’inquinamento e della distruzione ambientale. Senza risolvere i problemi economici endemici del paese.
IL PIANO – Per estrarre il petrolio dallo Yasuni si avrebbe bisogno di pozzi, oleodotti, porti, strade e villaggi. “Si tratta di un greggio particolarmente pesante”, aggiunge. Ma Acosta sta lavorando a un piano originale, che prevede la possibilità di lasciare il petrolio nel sottosuolo, in cambio di una donazione ingente: metà del valore del giacimento, circa 3,6 miliardi di dollari, in 13 anni, versati dai paesi industrializzati. L’ONU stesso ha istituito il “fondo Yasuni”, grazie a diverse donazioni da diversi paesi del mondo. La proposta è stata rilanciata dallo stesso presidente dell’Ecuador Correa, che ha spiegato anche i vantaggi che deriverebbero dal risparmio delle emissioni. E dato che sono stati in passato gli stessi paesi industrializzati a chiedere la riduzione delle emissioni per rallentare i cambiamenti climatici, Correa e Acosta hanno proposto il patto originale. Che potrebbe risparmiare la foresta. Secondo le stime, già più di 100 milioni di dollari sono stati versati nel fondo delle Nazioni Unite. Risorse che potrebbero essere l’unica speranza per salvare il patrimonio della foresta amazzonica. Ed evitare che il giacimento sia dato in concessione ai privati, per essere sfruttato.

IL MISTERO DEI REPERTI DI ROBERTA RAGUSA


Il giorno dopo l'annuncio del Tgcom24 del ritrovamento di reperti riconducibili a Roberta Ragusa, la donna scomparsa nel pisano oltre un anno fa, i carabinieri guidati dal comandante provinciale, colonnello Gioacchino Di Meglio, si trincerano dietro il silenzio e si rifiutano di parlare con i cronisti. Assenti in procura il procuratore Ugo Adinolfi e il pm titolare delle indagini Aldo Mantovani.
Bocche cucite anche tra gli investigatori che conducono l'inchiesta: il colonnello Gianni Fedeli e il capitano Michele Cataneo, che hanno preferito non incontrare i giornalisti facendo dire al piantone della caserma che sulla vicenda non sarebbero andati oltre il "no comment". Roberto Cavani, avvocato difensore del marito di Roberta, Antonio Logli, unico indagato per omicidio volontario e occultamento di cadavere, fa sapere di non "essere stato informato" dagli inquirenti di alcun ritrovamento ma che comunque se "si fosse trattato di resti umani avrebbero dovuto informarci in quanto parte del procedimento penale nell'eventualità di svolgere qualunque tipo di accertamento irripetibile".
Cavani ha anche ricordato che "quando furono ritrovati gli indumenti nel bosco di Montaione, nei pressi di San Miniato (Pisa) fummo chiamati per effettuare il riconoscimento di quegli oggetti: questa volta non ci hanno informati". Resta dunque da chiarire la natura dei reperti e se imprimeranno un'accelerazione all'inchiesta. Secondo indiscrezioni, la raffica di interrogatori previsti (a cominciare dalla cerchia di amici e parenti della famiglia) che si concluderanno con l'esame dell'indagato inizieranno solo dopo Pasqua.

I RETROSCENA DEL CONCLAVE


La rivoluzione è iniziata l’altra sera, dopo che il cardinale Re si è avvicinato per chiedergli: accetti la tua elezione a Sommo Pontefice? E dopo che sono state bruciate tutte le schede nella stufa e si è resa ben visibile la fumata bianca dal comignolo; poi sono trascorsi più di 50 minuti prima che Francesco facesse capolino dalla Loggia delle Benedizioni per mostrarsi al mondo.
Ha dovuto prima vestirsi di bianco, accettare l’atto di ossequio degli elettori, intonare il Te Deum (che ha fatto rifiutando di sedersi sul trono papale, restando sempre in piedi). In piazza erano in molti a chiedersi il perché di quella lunga attesa. Anche il dietro le quinte di una cerimonia segreta e unica al mondo a volte può essere attraversata da piccoli gesti che fanno capire tanto del carattere di una persona. Francesco tra le prime cose ha voluto telefonare proprio a Ratzinger, per sottolineare il legame di fiducia esistente. Un grande gesto. Poi si è affacciato con quel «buonasera» un po’ spiazzante.
Accanto a lui era presente un cardinale brasiliano, Claudio Hummes, ex arcivescovo di San Paolo del Brasile e già prefetto della congregazione del Clero. Certamente il suo più grande elettore e amico fidato. Bergoglio lo ha voluto vicino a sé in quella occasione riconoscendo che grazie all’infaticabile e paziente rete tessuta dietro le quinte per giorni e giorni dal porporato brasiliano si è creata una piattaforma di consensi tale da poterla immettere in conclave al momento giusto, in caso di stallo, quando i candidati favoriti della vigilia – Scola, Scherer e O’Malley – cominciavano a dare segni di cedimento.
I loro consensi non crescevano come avrebbero dovuto, c’erano resistenze e veti incrociati, gli italiani divisi. Il ticket Scola-Sandri (quest’ultimo come Segretario di Stato) era la grande carta che una parte dei curiali contava di introdurre per raggiungere la soglia dei 77 voti. Il tentativo era di far confluire sul porporato milanese – che per la verità era apparso un po’ riluttante e nelle congregazioni generali aveva ricordato che non sono possibili accordi pre Conclave e che quindi si sentiva in imbarazzo per le voci riguardo a promesse di futuri incarichi – i voti di una fetta importante di curiali che nelle prime votazioni avevano probabilmente accordato il loro consenso a Odilo Scherer, l’arcivescovo di San Paolo del Brasile con un passato nella curia romana.
Poi è successo qualcosa che ha fatto mutare il vento, Scola si è ritirato dalla corsa e al quarto scrutinio Bergoglio ha iniziato a prendere voti, fino al quinto spoglio. Decisivo. Al 77esimo voto è scattato un lungo applauso, ma la conta a suo favore è andata avanti. Oltre 80 voti. Il cardinale Damasceno (brasiliano) ha spiegato che i latino-americani hanno molto apprezzato il valore di Bergoglio e, così la storia si è scritta in questo modo, a prescindere da Scola che «semplicemente non ha raggiunto il consenso».
A favore di Francesco sarebbero arrivati anche voti dei wojtyliani di ferro. Il cardinale Dziwiz parlando con alcuni sacerdoti ha riferito che Francesco, prima di essere un uomo di Benedetto XVI, è una figura creata da Giovanni Paolo II «al quale deve tutto». Per questo gli chiederà di portare la Gmg in Polonia nel 2015, anno coincidente con il 1050 anniversario del battesimo della nazione. L’altro cardinale che Francesco aveva accanto era Vallini, il vicario di Roma. Attraverso una lettera ai romani ha «apprezzato» la sua «fermezza nel condannare i peccati, i comportamenti indegni e le controtestimonianze».

GLI ORRORI DELLA PRODUZIONE DI UOVA

Immagini agghiaccianti quelle girate qualche settimana fa dall'associazione americana Mercy For Animalsall'interno di uno stabilimento dell'Iowa e riprese oggi dal blog di Claudio Messora. Il documentario shockmostra le terribili pratiche cui vengono sottoposti i pulcini al fine di ottimizzare la produzione delle uova. Appena nati, i piccoli volatili vengono divisi per sesso: i pulcini maschi, non in grado di produrre uova, sono immediatamente uccisi, gettati vivi in un tritacarne. Alle femmine viene invece tagliata la punta del becco con un apposito macchinario. 
La produzione su vasta scala ha raggiunto un livello tale di ottimizzazione che qualsiasi briciola d'umanità viene messa da parte, spazzata via dal fine ultimo della società in cui viviamo: il profitto. Ci sono delle vie d'uscita a questo stato di cose? No, ma la speranza è l'ultima a dover morire: 

"Per evitare questo orrore non vedo soluzioni alternative rispetto al cessare di alimentare questa catena degna di un episodio di "Saw, l'enigmista". Ma se proprio non potete fare a meno di mangiare le vostre 220 uova pro-capite all'anno, quando andate al supermercato assicuratevi almeno di comprare solo quelle che recano il codice identificativo degli allevamenti all'aperto. Il primo numero deve essere 0 (uovo da agricoltura biologica) o 1 (uovo da allevamento all'aperto). Fatelo tutti e vedrete che la produzione si adeguerà." Tratto dal Blog di Claudio Messora 

giovedì 7 marzo 2013

OPERAI SORVEGLIATI DA NAZISTI NEI CENTRI AMAZON


Nonostante la smentita di Amazon, il colosso globale dell’ecommerce, la notizia di sorveglianti neonazisti messi a guardia degli operai, nel suo centro logistica in Germania a Bad-Hersfeld, ha fatto il giro del mondo. Lo scoop si deve al reportage della prima rete televisiva pubblica Ard, che mette in luce le terribili condizioni di lavoro nei magazzini della società di Jeff Bezos. Anche in America e Gran Bretagna le denunce di lavoro oppressivo e non sindacalizzato (oltre che di pratiche commerciali scorrette) abbondano.
Ben cinquemila immigrati assunti sotto Natale, e cioè per la stagione di picco degli ordini, nel centro operativo nell’Assia venivano sorvegliati e intimiditi da una sorta di milizia sospettata di avere legami con il mondo dell’estremismo di destra e degli hooligans neonazisti. Un vero choc per gli spettatori del servizio, che hanno subito cominciato a tempestare il potente gruppo di Seattle con messaggi di protesta e di disdetta degli ordini. O con la promessa che su Amazon non compreranno più, da ora in poi.
Le guardie esibivano capi di abbigliamento della Thor Steinar, marca simbolo dei simpatizzanti nazisti, tolta – paradossamente – dal catalogo dei prodotti in vendita su Amazo.com. Che però i nazistoidi alla fine pare proprio li avesse in casa. La ditta dei vigilantes si chiama «H.e.s.s. security», come il braccio destro di Hitler caduto in mano agli inglesi durante la Seconda guerra mondiale, figura ambigua mitizzata dell’estremismo di destra tedessco. Il servizio scoop è di Diana Loebl e Peter Onneken: i due reporter sono riusciti a filmare nonostante le minacce dei sinistri (o meglio, dei destri) addetti alla sicurezza, e hanno alzato il velo su condizioni praticamente di terrore e semischiavismo.
Migliaia di immigrati, provenienti da tutta Europa ma soprattutto dalla Spagna, dopo il lavoro dormono in alloggi di fortuna intorno ai magazzini della Amazon, sono pagati senza contributi e dovevano anche subire il «pizzo» delle organizzazioni – veri e propri caporali – che si occupano del reclutamento: queste agenzie li alleggerivano del 12% della già ben magra paga giornaliera.
E ancora: lunghi turni notturni e festivi, e misure simili a quelle dei campi di concentramento nazisti. Maria e Silvia, ad esempio, sono due lavoratrici che raccontano ad Ard la storia del loro fulminante licenziamento: da un giorno all’altro entrambe sono state cacciate via. La prima perché protestava per il posto in cui era stata mandata a dormire, mentre la seconda non è stata rinnovata alla scadenza, tre giorni prima di Natale, perché le ordinazioni erano inferiori alle attese. Il colosso dei libri non sarebbe nuovo a questo tipo di denunce: un’inchiesta della trasmissione Usa Morning call aveva fatto emergere turni di 10 ore e pause di pochi minuti nel magazzino di Lehigh Valley, in Pennsylvania.
Ma Amazon nega ogni addebito: «Amazon non tollera in alcun modo la discriminazione o l’intimidazione e respingiamo qualsiasi comportamento di questo tipo», così ha replicato Amazon.de alle accuse del servizio televisivo, in un comunicato diffuso ieri. La società ha aggiunto di prendere «molto sul serio» la sicurezza e il confort dei suoi dipendenti. «Controlliamo regolarmente i nostri service esterni, incaricati del’alloggio degli stagionali provenienti da altre regioni», ha spiegato Ulrike Stoecker, portavoce del distributore in Germania. Ma bisognerà vedere se questa smentita sarà convincente.

I TRAUMI DELLA STORIA

Ho appena finito di leggere una recensione sulla London Review of Books di due libri di storia del fascismo usciti ultimamente in Gran Bretagna: Fascist voices: an intimate history of Mussolini’s Italy, di Christopher Duggan, e The fascist party and popular opinion in Mussolini’s Italy, di Paul Corner: i prodotti più recenti di un filone molto fertile della storiografia britannica, il cui apice finora è stata la biografia di Mussolini del grande Denis Mack Smith. L’autore dell’articolo, Richard J. Evans, fa un confronto tra la decisa politica di denazificazione nella Germania del dopoguerra e la scelta dell’Italia di premiare la continuità (o di dare un colpo di spugna, a seconda del punto di vista). Evans ci ricorda, tra le altre cose, che ancora nel 1960, diciassette anni dopo la caduta di Mussolini, 60 dei 64 prefetti italiani e 135 su 135 capi della polizia erano stati nominati sotto il regime fascista. Riflettendo su questo fatto, e sulla rivelazione fatta da Silvio Berlusconi durante la presentazione di un libro di Bruno Vespa nel dicembre 2011 che “sto leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci e devo dire che mi ritrovo in molte situazioni”, Evans scrive che “è impossibile immaginare un uomo politico tedesco di oggi ammettere che ‘si ritrova’ nella corrispondenza di Hitler e Eva Braun”. Per Evans, sarebbe altrettanto impossibile che “un uomo politico tedesco sostenesse che ‘Hitler non ha mai ucciso nessuno’” (riferendosi sempre a un giudizio di Berlusconi su Mussolini, questa volta del 2003). Non voglio aprire l’ennesima polemica su presunte simpatie fasciste o meno di Berlusconi. Preferisco affrontare la questione del peso della storia sul presente. Sarà perché ho superato i cinquant’anni, un’età in cui i libri di storia cominciano a dare più soddisfazione dei romanzi. O perché vedo le cose in modo con una visione più macro, mentre una volta prediligevo le microletture. Ma ora mi accorgo sempre più che gli avvenimenti di cinquanta, settanta, cento anni fa hanno un effetto a volte subdolo e schiacciante sulla psiche di un paese e sulle scelte che fa oggi. Nel mio paese d’origine, la Gran Bretagna, non abbiamo mai digerito del tutto la perdita di quell’impero che nel 1922 copriva un quarto della superficie terrestre e un quinto della popolazione mondiale. Il risultato, spesso, è la sindrome Little Britain, una specie di orgoglio cagnesco – che non si esprime, cioè, in modo sano ma si contorce in fenomeni come il teppismo allo stadio, il tenere l’Europa a debita distanza, pur ammettendo qualche convivenza, l’illusione che abbiamo un rapporto paritario con gli Stati Uniti. E, non ultimo, la nostra passione per la birra tiepida. In Italia, ugualmente, sono convinto che la mancata rottura netta con il ventennio abbia avuto un effetto nocivo che il paese sta ancora smaltendo. Per fare solo un esempio che mi viene in mente: è possibile che i tanti misteri irrisolti del dopoguerra, dal sequestro Moro a Ustica alla strage di Bologna, siano rimasti irrisolti, anche in parte, per un meccanismo di mistificazione legato a un senso di colpa nazionale (perché mistificare vuol dire non dovere affrontare)? O legato alla volontà, da parte di chi aveva interesse a non fare uscire la verità, di fare leva su tale senso di colpa? Lo so, sarebbe il tema per un libro, non un post. Ma mi piacerebbe sapere se pensate che questa mia analisi da straniero in Italia sia totalmente sbagliata. E, se pensate che l’analisi in sé è sbagliata, ma che i traumi della storia italiana abbiano comunque una grossa influenza sul presente del paese, allora quali sono per voi questi traumi, e come si percepiscono gli effetti oggi? Ps. Per offire due altri esempi dal mio paese, alla perdita dell’impero aggiungerei la partizione dell’Irlanda nel 1921 e la legge sull’istruzione del 1944 (la cosiddetta Butler act) che ha sancito l’esistenza di una gerarchia sociale della scuola dell’obbligo in Gran Bretagna, con effetti devastanti sulla società. -Lee Marshall-

DIFENDERE LE DONNE


Ogni giorno è cronaca di un paese peggiore, un paese sempre più invivibile per le donne, dove la violenza e la legittimazione di quest’ultima si fanno sempre più forti. Pochi giorni fa è accaduto un fatto gravissimo. A raccontarlo è il centro antiviolenza L.I.S.A. che esprime tutta la solidarità a  Simona Giannangeli avvocato che ha assistito Rosa, la ragazza trovata, un anno fa, in fin di vita sulla neve con lesioni gravissime  all’apparato intestinale, vittima di un barbaro stupro da parte di Federico Tuccia condannato ad otto anni di reclusione per stupro ma non per tentato omicidio, episodio che la stampa non ha mai riportato e di cui si sono occupati solo quotidiani locali.
Ti passerà la voglia di difendere le donne [...] Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te” 
Queste sono le parole che ha trovato Simona Giannangeli sul parabrezza della sua auto. “Un simile attacco al lavoro, all’impegno personale e professionale e all’incolumità di chi si batte pubblicamente e in prima persona nella lotta alla violenza contro le donne,- scrive il Centro antiviolenza L.I.S.A-  è ancora più meschino e vigliacco perché perpetrato nel modo più bieco e infame: l’anonimato dietro cui si nascondono quanti agiscono la violenza e i loro complici! Chiunque abbia rivolto all’avvocata questa minaccia – di chiara matrice fascista – deve essere individuato perché costituisce un pericolo non solo per lei ma per tutte le donne che vivono nel territorio”. E per le vittime di stupro, sopratutto per Rosa, che era stata già minacciata, aggiungo.
Ce ne siamo accorte già tre anni fa, quando sul web hanno iniziato a moltiplicarsi prima pagine e blog a scopo di screditare il nostro lavoro e poi veri e propri spazi che adottano un linguaggio misogino, legittimando il femminicidio e la violenza. Su Facebook, gruppi come questi, ricevono migliaia di fans. Questi ultimi spargono disinformazione e consigliano le donne di “non rivolgersi ai centri anti-violenza ma sopportare le violenze, perché rovinerebbero le famiglie”. A tutto ciò si aggiunge il fenomeno del femminicidio quanto quotidiano quanto sottostimato dai media, dalla politica e dall’opinione pubblica ancora legata a schemi mentali sessisti.
Della violenza non se ne parla, perché le donne non devono essere difese in quanto provocatrici, come ancora molti pensano. Il biglietto ricevuto dall’avvocatessa non è un fatto isolato, ma rappresenta una delle tante minacce che ricevono le donne che denunciano la violenza contro le donne e difendono le loro compagne. Perché in una cultura maschilista le donne vengono educate ad andare contro il proprio genere, quindi contro le altre donne, e chi disattende questo insegnamento la paga cara. E inoltre, la cultura dello stupro nel nostro paese è molto forte, ma non se ne parla. Si preferisce parlare di quello che succede in India, che al contrario hanno fatto migliore figura di noi perchè tanti uomini hanno manifestato, si preferisce puntare il dito contro gli immigrati e non è un caso che gli accusatori sono gli stessi fascisti che ieri si facevano mittenti delle minacce alla signora Giannangeli.
Un ragazzo è stato defenestrato- e ora si trova in gravi condizioni-perché i genitori della fidanzata lo avevano sorpreso mentre faceva l’amore con quest’ultima.
Una ragazza da qualche anno è costretta a vivere sotto scorta a causa delle minacce ricevute dopo aver denunciato una lunga serie di violenze, ma con quest’ultimo episodio stiamo toccando il fondo e da donna ho molta paura di vivere in questo paese. Non voglio vivere in un paese che considera legittima la violenza di genere e che osteggia la libertà sessuale e individuale delle donne.
Ditemi se questo è un paese civile. Se in un paese civile una donna riceverebbe una lettera di minaccia solo perché non solo ha fatto il suo lavoro ma si è messa dalla parte di una vittima di un feroce stupro. Se in un paese civile c’è gente che pensa che lo stupro è considerato legittimo e le donne non vanno difese. Se in un paese civile due genitori tentano di uccidere un uomo solo perché faceva l’amore con la loro figlia e se c’è gente che si nasconde dietro l’ignoranza della verginità, nel 2013.
Perchè in un paese civile tutto questo non succederebbe e non ditemi che sono episodi isolati perchè i 120 femminicidi dell’anno scorso testimoniano da soli.