Quando un nuovo giacimento di petrolio è stato ritrovato sotto la giungla amazzonica, inEcuador, non pochi attivisti avevano temuto il peggio. Compresa la tribù Kichwa, pronta a difendere la “sua terra”, circa 70mila ettari di territorio ancora vergine, possibile teatro di un grosso progetto di estrazione petrolifera. Quello già messo in cantiere dalla Petroamazonas, una delle maggiori compagnie sudamericane. Ma adesso, spiega il Guardian, potrebbe essere un piano radicale per riscattare i diritti di perforazione a risparmiare l’area più ricca di biodiversità del pianeta. Un progetto con il quale sarebbe evitata l’estrazione, in cambio di una donazione ingente da parte dei paesi industrializzati.
IL CASO - Ai margini del parco nazionale Yasuni si trova un’area incontaminata dove due tribù di guerrieri indiani (gli Huaorani, ndr) vivono in isolamento volontario, insieme a rari esemplari di animali: 150 tipi di rane, rettili, 600 specie diverse di uccelli e 200 differenti mammiferi. Una concentrazione unica che da tempo attira i biologi di tutto il mondo. Senza dimenticare 1.500 specie di piante e 400 di pesci. Ma nel 2007 è stato il ritrovamento di un gigantesco giacimento di petrolio, in una parte del parco Yasuni, a preoccupare tutti. Secondo le stime, dal petrolio dell Yasuni si potrebbero guadagnare circa 7 miliardi di dollari. In Ecuador i primi giacimenti sono stati ritrovati dalla compagnia petrolifera Texaco, nel 1967. Cinque anni più tardi, quando la zona era sfruttata, la dittatura militare dell’Ecuador ha cominciato a sfruttare le estrazioni, preannunciando l’inizio di una nuova era di sviluppo per il paese.
IL PIANO – Per estrarre il petrolio dallo Yasuni si avrebbe bisogno di pozzi, oleodotti, porti, strade e villaggi. “Si tratta di un greggio particolarmente pesante”, aggiunge. Ma Acosta sta lavorando a un piano originale, che prevede la possibilità di lasciare il petrolio nel sottosuolo, in cambio di una donazione ingente: metà del valore del giacimento, circa 3,6 miliardi di dollari, in 13 anni, versati dai paesi industrializzati. L’ONU stesso ha istituito il “fondo Yasuni”, grazie a diverse donazioni da diversi paesi del mondo. La proposta è stata rilanciata dallo stesso presidente dell’Ecuador Correa, che ha spiegato anche i vantaggi che deriverebbero dal risparmio delle emissioni. E dato che sono stati in passato gli stessi paesi industrializzati a chiedere la riduzione delle emissioni per rallentare i cambiamenti climatici, Correa e Acosta hanno proposto il patto originale. Che potrebbe risparmiare la foresta. Secondo le stime, già più di 100 milioni di dollari sono stati versati nel fondo delle Nazioni Unite. Risorse che potrebbero essere l’unica speranza per salvare il patrimonio della foresta amazzonica. Ed evitare che il giacimento sia dato in concessione ai privati, per essere sfruttato.



