domenica 24 febbraio 2013

BAMBINI AL LAVORO

Per i bambini di Ribnovo l’arrivo dell’inverno segna la fine di una stagione durissima. Dall’inizio di settembre, infatti, decine di ragazzini accompagnano i genitori nei campi di tabacco di questo piccolo villaggio bulgaro alla frontiera con la Grecia. Per settimane i bambini, che hanno tra i sette e i 17 anni, passano i loro pomeriggi a stirare le foglie di tabacco a una a una, prima di sistemarle in lunghe collane e riporle delicatamente in scatole di cartone. Questi mesi di lavoro ininterrotto lasciano delle tracce sulla salute dei bambini. I volti sono pallidi e stanchi. Ahmet ed Elif, che hanno rispettivamente sette e nove anni, sono venuti per aiutare la famiglia. Per la nonna, guardarli lavorare è una sofferenza: “Ma guardate questi piccolini! Farli faticare così tanto. È un vero castigo. Non avrei mai creduto di vedere una cosa del genere con i miei occhi”. La donna scuote la testa: “Stiamo tornando indietro, come i gamberi”. I bambini di Ribnovo erano nei campi già a primavera: hanno lavorato otto, nove, dieci ore al giorno per trapiantare le piante di tabacco. Per tutta l’estate hanno zappato e raccolto, piegati in due sotto il sole cocente. Poi, in autunno, hanno stirato le foglie in una nuvola soffocante di polvere. E ora sono pronti a vendere, con i loro genitori, quello che hanno così faticosamente prodotto: qualche chilo di tabacco. Giultena Gusderova ammucchia le foglie con gesti energici: “Sono contenta, la stagione è quasi finita”, dice sollevandosi con lentezza. “La piantagione di tabacco ci spacca la schiena e quando stiriamo le foglie tossiamo in continuazione”, dice la ragazza asciugandosi la fronte. Si sistema la tuta nera che lascia intravedere un corpo da adolescente. Giultena fa attenzione al suo abbigliamento, anche quando lavora nei campi. A tredici anni le piacciono i cellulari all’ultima moda, passare il tempo su Facebook e sognare di andare al cinema a vedere Twilight. A scuola i suoi professori vorrebbero che continuasse gli studi, ma Giultena sa che e impossibile: “Preferisco non farmi troppe illusioni. Da noi in campagna i sogni non si realizzano facilmente”. Per aiutare i genitori a coltivare i loro cinque ettari di tabacco, Giultena non riceve nessun compenso. Del resto non ha scelta. “Nessuna famiglia può fare a meno dei figli”, conferma Feim Talamanov, il professore di chimica di Giultena. Quando chiede ai suoi studenti chi di loro lavora nei campi si alzano 25 mani. “I miei genitori da soli non ce la fanno”, spiega Hamide, una ragazzina bionda in prima fila. “E normale che li aiuti, loro lavorano tutto il giorno”. “Questi ragazzi sono in gamba”, sospira il professore, “ma non hanno più il tempo per studiare”. Decide il computer Kadri Gusderov, il padre di Giultena, viene a cercarla alla fine delle lezioni per portarla nei campi. Eppure non sembra uno sfruttatore di bambini. In passato di solito andava per sei-otto mesi all’anno a raccogliere tabacco all’estero. “Il lavoro non mi ha mai fatto paura”, spiega questo robusto contadino di 45 anni, che cosi riusciva a guadagnare tra i due e i tremila euro all’anno. A casa la moglie si occupava da sola dei loro campi, da cui ricavavano un reddito extra. I Gusderov erano considerati una famiglia che se la passava bene. “Mio padre aveva addirittura messo da parte dei soldi per farmi studiare”, confida Giultena mentre chiude un cartone. Ma con la crisi nessun paese vuole più manodopera bulgara. E cosi, come tanti altri padri, Kadri e stato costretto a tornare al villaggio. Giultena e i suoi genitori si fermano a mangiare un po’ di pane e formaggio sotto l’essiccatoio per il tabacco, in mezzo ai campi. Qui la natura e di una bellezza indicibile. “Credevamo di vivere in paradiso”, sospira il padre, “ma i monti Rodopi sono diventati la nostra prigione”. All’inizio degli anni duemila questa regione era piena di ottimismo. La Bulgaria sarebbe entrata nell’Unione europea nel giro di pochi anni, la crescita economica sfiorava il 6 per cento e, con le sue meravigliose valli di montagna, il paese sognava di trasformarsi nella Svizzera dei Balcani e di attirare orde di turisti.
Nei pressi delle aree protette sono state costruite tre grandi stazioni sciistiche. Da allora il paese si e piegato con grande zelo a tutte le esigenze di Bruxelles. Dal 2004 al 2009 decine di organizzazioni non governative hanno riportato sui banchi di scuola i figli degli agricoltori, nel quadro di un programma per la lotta al lavoro minorile patrocinato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Poi, nel 2007, la Bulgaria e entrata a far parte dell’Unione. Ma, un anno dopo, la crisi ha spazzato via la speranza di un rapido sviluppo e ha riportato i bambini a lavorare nei campi.
Nell’ufficio di Dragiša Pejović i muri sono in cemento grezzo e l’unico ornamento e un calendario della Bulgartabac. Il sindaco della città di Ribnovo e molto arrabbiato. Anche lui coltiva tabacco e anche lui fa lavorare le sue due figlie: Silve, di undici anni, e Nadje, di 18. “E ora che l’Europa apra gli occhi. Il settore del tabacco e stato lasciato alla merce dei grandi compratori internazionali. La prova? Guardi il mio contratto”, dice mostrando un modulo prestampato.
“Gli acquirenti arrivano all’inizio della stagione, distribuiscono i semi e ci fanno firmare degli accordi in cui il prezzo non e mai citato”, spiega indicando gli spazi lasciati in bianco. “Al momento della vendita o si accetta il loro prezzo o bisogna rimborsare i semi”. Sono pratiche commerciali brutali, che approfittano della fragilità di un paese in piena trasformazione.
Nel 2009 l’Unione europea ha smesso di versare aiuti ai produttori di tabacco bulgari. Nello stesso momento Soia ha messo fine al monopolio di stato sul tabacco e ha aperto il mercato alla concorrenza. Le multinazionali ne hanno approfittato per comprare al ribasso il tabacco orientale, l’ingrediente che da il tipico profumo alla miscela detta American Blend, tra le più richieste nei paesi occidentali. In questo modo i prezzi sono rapidamente crollati. “Ormai i più fortunati riescono a guadagnare al massimo 200-300 euro al mese”, dice Pejović indignato. “Ci hanno preso per la gola”.
Più di dieci anni fa Sdravka Tonova, medico dell’accademia delle scienze di Soia, era stata invitata dall’Ilo a stilare un rapporto – l’unico realizzato finora – sul lavoro minorile in Bulgaria. “Già nel 2001”, spiega la ricercatrice, “denunciavamo le numerose malattie di cui soffrono i bambini che coltivano il tabacco: lavorando piegati i loro polmoni non possono svilupparsi correttamente; nel momento della raccolta inalano la polvere del tabacco, che contiene sostanze cancerogene, e in età adulta contraggono bronchiti croniche, tubercolosi e perfino tumori”. Nessuna statistica aggiornata permette di sostenere queste affermazioni, ma gli esperti non hanno dubbi: il tabacco uccide lentamente i bambini che lo coltivano. A Debren, pochi chilometri a sud di Ribnovo, sono appena arrivati quattro uomini in tuta blu. Sono dipendenti della Socotab, uno dei più importanti acquirenti di tabacco orientale. Sistemano i loro computer in un hangar di cemento nel cuore del villaggio e aspettano i venditori. L’annata e stata buona e molti sperano di ottenere sei leva al chilo (circa tre euro). Ma l’illusione dura poco. La maggior parte del raccolto e pagata fra i tre e i cinque leva. I compratori non sono disposti a trattare: “Non possiamo farci nulla”, dicono scuotendo la testa, “e il computer che decide il prezzo”. Il risultato e semplice: il tabacco bulgaro è diventato il più economico di tutta l’Unione.
E la Socotab non è altro che una filiale della Universal leaf corporation, un gigante mondiale dell’import-export di tabacco e il primo fornitore di un grande produttore di sigarette. “Nei villaggi del sud della Bulgaria i coltivatori sanno che vendere alla Socotab vuol dire lavorare per la Philip Morris”, dice Azim Binjef, che ha appena scaricato le sue balle di foglie. In altre parole il tabacco coltivato dai bambini bulgari finisce nei pacchetti di alcune delle marche di sigarette più vendute in occidente. Quando chiediamo spiegazioni sui metodi di uno dei suoi principali fornitori, l’azienda statunitense si rifugia dietro l’affermazione di nobili principi: “Non tolleriamo il lavoro minorile”, ripete al telefono, dal suo ufficio a Ginevra, uno dei responsabili della comunicazione della Philip Morris. Ma rifiuta di riceverci. Eppure il gigante statunitense e il primo sponsor della Eclt (Eliminating child labour in tobacco growing), una fondazione interamente finanziata dagli industriali del settore, che lotta contro il lavoro minorile. Dall’Uzbekistan al Malawi, l’Eclt patrocina numerosi programmi e le sue attività sono controllate dall’Ilo, la stessa organizzazione che commissiona i rapporti sul lavoro minorile e critica i paesi in caso di violazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Cosi, mentre i grandi produttori di sigarette versano il loro obolo alla Eclt, altre aziende che finanziano la fondazione continuano nella più completa impunita a favorire in modo indiretto il lavoro minorile nei campi. In base a tariffe decise dai computer delle multinazionali.

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