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giovedì 28 febbraio 2013

DOVE SI LAVANO I DIAMANTI DI SANGUE

Surat, India. Una città di oltre cinque milioni di abitanti sulle sponde del Mar Arabico, poco battuta dagli itinerari turistici ma con un’importanza commerciale enorme. La quasi totalità del commercio di diamanti dell’intero pianeta – legali o meno che siano – passa infatti da questa città.  Jason Miklian, giornalista del Foreign Policy, ha raccontato il ruolo di questa metropoli nel commercio di queste pietre preziose e nei traffici illeciti che lo accompagnano.
Surat è la quarta città del mondo per velocità di espansione, anche grazie al commercio dei diamanti che giungono in città a bordo di vecchi treni sorvegliati a vista da guardie armate. Le pietre, ancora grezze, vengono lavorate in innumerevoli opifici. Dei cinque milioni di abitanti di Surat, si stima che almeno 500.000 lavorino nell’industria dei diamanti. Le gemme arrivano con ogni mezzo dall’Africa, dall’Asia Centrale e da ogni altro centro minerario per poter essere lavorate sfruttando la manodopera a basso costo dell’India, senza che nessuno faccia troppe domande circa la provenienza delle pietre. La città belga di Anversa, che per 500 anni è stata il quartier generale del mondo dei diamanti, ha perso il suo predominio sul mercato proprio a causa della “troppa burocrazia”, ma a Surat c’è posto per tutti, anche per quei “diamanti insanguinati” che finanziano i conflitti nelle zone di guerra. L’intero sistema è protetto da un’intricata rete di famiglie, brokers e intermediari che lavorano quasi esclusivamente sul mercato nero. A Surat, i bassi salari e la scarsa regolamentazione del mercato hanno dato vita a una specie di paradiso dell’industria del diamante: il 90% delle gemme passano da questa città per essere sgrezzate e tagliate. E, soprattutto, per far perdere ogni traccia della propria provenienza. Un mercato che, ogni anno, frutta 40 miliardi di dollari. Il mondo dei diamanti è cambiato e chi gioca sporco ha trovato nuove strade per condurre il gioco. L’impero di De Beers, per anni unico signore dei diamanti, è stato lottizzato e venduto ad altri gruppi, i mercati di Hing Kong e Dubai si sono imposti sulla vecchia guardia e oggi la borsa dei diamanti più importante del mondo ha sede a Mumbai.  E, ovviamente, i signori della guerra hanno trovato il modo di aggirare anche i vincoli imposti dal Kimberley Process, un protocollo redatto da un gruppo di organizzazioni per i diritti umani che tutela i lavoratori dell’industria dei diamanti e che fornisce una sorta di “passaporto” per le pietre grezze, in attesa di essere spedite. Il certificato Kimberley è uno standard accettato in tutto il mondo, che attesta la provenienza “pulita” dei diamanti ma è ancora un sistema estremamente basilare. E a Surat nessuno si pone troppe domande. 
A dispetto della sua straordinaria ricchezza economica, Surat non è certamente un paradiso. Il lavoro minorile è ovunque e quando il film Blood Diamond uscì nella sale, molte imprese finirono al centro dello scandalo. Ma i bambini non hanno smesso di lavorare: sono solo stati trasferiti ai margini della città, in una zona meno in vista. Una persona che lavora i diamanti fa un lavoro duro e pericoloso: a 35 anni la vista è già compromessa e subentrano presbiopia e strabismo. Anni passati a respirare microscopici granelli di polvere di diamante provocano tubercolosi e malattie respiratorie. Una volta lavorate e tagliate, i diamanti vengono impacchettati e continuano il proprio viaggio verso il Nord America, l’Europa, l’Asia. Ogni scatola è accompagnata da una serie di certificati: è impossibile controllarli tutti. Così, per le guardie che dovrebbero sovrintendere il commercio delle gemme, “Il processo Kimberley non è rilevante” e gli ispettori non possono svolgere il proprio lavoro. Così, i diamanti insanguinati, illecitamente estratti e venduti per finanziare i conflitti in Africa e poi lavorati a Surat dalle mani di un ragazzino, vengono lavati dal sangue che li accompagna, pronti per diventare raffinati gioielli senza che nessuno conosca la loro storia.

mercoledì 20 febbraio 2013

DENIS MUKWEGE - I DIRITTI DELLE DONNE

Denis Mukwege nasce nella Repubblica Democratica del Congo ( 1 marzo del 1955), dopo la laurea in medicina ( in Francia si specializza in ginecologia )  torna nel suo paese e fonda l’ospedale di Panzi, dove in tredici anni opera più di 40mila donne violentate e mutilate.

Mukwegw ricorda la prima volta in cui ha visitato la prima donna, era il 1999, la vittima era stata stuprata da alcuni soldati e il suo apparato genitale era stato massacrato dai proiettili. Alla fine di quello stesso anno si ritrovò 45 casi simili. Secondo il suo racconto nella Repubblica Democratica del Congo lo stupro e il conseguente  annientamento della persona, viene considerato come un semplice rapporto sessuale ottenuto con la forza, dunque del tutto normale, leggitttimo e che spesso viene commesso davanti alle famiglie delle vittime. 
Mukwege per tutta la sua vita, che ha rischiato parecchie volte – il 25 ottobre del 2012 un gruppo armato entra in casa sua per ucciderlo, uccidendo invece la sua guardia del corpo- , ha cercato di porre e di denunciare la questione delle donne congolesi  all’attenzione internazionale, difatti nel settembre del 2012 fa un discorso alle Nazioni Unite. Eppure il medico è stato costretto ad abbandonare il suo paese, ha già rischiato troppe volte la vita, e le uniche che si sono battute per il suo ritorno in patria sono le donne del suo paese, la comunità internazionale lo ha invece abbandonato.
Non è chiaro il motivo di tanta indifferenza verso le donne congolesi, ma per chi conosce bene Mukwege sa benissimo che non si arrenderà mai.

martedì 19 febbraio 2013

TRIBUNALI ITINERANTI


Nelle regioni più sperdute dell’Africa centrale, i magistrati si spostano in aereo per andare nei villaggi a celebrare i processi: a costo di finire sotto il fuoco delle milizie ribelli.
Nelle regioni del Congo, dove ancora si combatte la guerra civile, l’unico modo per far funzionare la giustizia, è quella di creare tribunali ambulanti che, di volta in volta, si recano laddove c’è urgenza di un giudizio. I giudici vengono ospitati in tende adibite appositamente allo scopo, con quattro sedie di fortuna; l’imputato resta in piedi per risparmiare sui posti a sedere. Un piccolo generatore offre la corrente per gli altoparlanti e il microfono.
Il processo si svolge entro termini strettissimi (tre giorni al massimo): i magistrati hanno fretta di partire per altre destinazioni dove li aspettano nuovi processi da celebrare. 
Dopo decenni di cattiva amministrazione e due guerre devastanti, alla fine degli anni novanta il settore giudiziario è crollato e l’unico modo di farlo funzionare sono divenute le corti itineranti. L’American Bar Association (Aba), l’associazione degli avvocati statunitensi, offre corsi di formazione ai colleghi congolesi.
 Vengono così giudicati, in gran parte dei casi, delitti di stupro, soprattutto ai danni di bambine; si tratta, infatti, di uno dei crimini più inflazionati nel Congo perché divenuto una vera e propriaarma di guerra.
Sino all’avvento delle corti itineranti, i responsabili di tale reato non temevano alcuna punizione: al massimo, si applicava una norma del diritto locale che prevede l’obbligo di risarcire la famiglia della vittima con una capra o del denaro. Ora, invece, si profila la possibilità di applicare il codice penale che prevede la reclusione da cinque a vent’anni: una pena che, da quelle parti, può significare condanna a morte, posta la condizione di degrado delle prigioni congolesi per via della malaria, della tubercolosi e della malnutrizione.
 E, mentre il processo si svolge con la sommarietà di un tribunale militare, il giudice controlla impassibile, sul proprio smartphone, gli sms che gli vengono inviati per tenersi aggiornato sull’avanzata dei ribelli.