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sabato 2 marzo 2013
MULTINAZIONALI DA EVITARE PARTE 2
Unilever
Molte associazioni animaliste come Animal Aid hanno lanciato una campagna contro la Unilever per lo sfruttamento degli animali durante gli esperimenti.
E' boicottata anche per i salari e le condizioni di lavoro nelle sue piantagioni in India (dove possiede il 98% del mercato del tè).
La Unilever controlla i marchi: Lipton Ice Tea, Coccolino, Bio presto, Omo, Surf, Svelto,Cif, Lysoform, Vim, Algida, Carte d'Or, Eldorado, Magnum, Solero, Sorbetteria di Ranieri, Findus, Genepesca, Igloo, Mikana, Vive la vie, Calvè, Mayò, Top-down, Foglia d'oro, Gradina, Maya, Rama, Bertolli, Dante, Rocca dell'uliveto, San Giorgio, Friol, Axe, Clear, Denim, Dimension, Durban's, Mentadent, Pepsodent, Rexona,
Chiquita
E' coinvolta in tutto. Intrighi internazionali, scioperi repressi nel sangue, corruzione, scandali e colpi di stato. Utilizza massicce quantità di pesticidi, erbicidi e insetticidi. Approfitta della sua posizione di potere per imporre prezzi molto bassi delle aziende agricole da cui si rifornisce.
Nel 1994 il sindacato SITRAP ha denunciato l'esistenza di squadre armate all'interno delle piantagioni in Centro America e in Ecuador. I lavoratori sono sottopagati, senza alcuna assistenza medica. Le attività sindacali sono represse talvolta con la forza.
Procter & Gamble
Questa multinazionale statunitense (fatturato annuale 76mila miliardi di lire) ufficialmente è boicottata dalle associazioni animaliste (Buav, Peta e Uncaged) perché testa i suoi prodotti sugli animali. Ultimamente però la Procter & G è tornata alla ribalta con le patatine Pringles. Contengono organismi geneticamente modificati.
Per quanto riguarda l'ambiente, nonostante le politiche di riduzione degli imballaggi e dei componenti inquinanti, l'azienda rimane una delle maggiori fonti di rifiuti del mondo: i pannolini. In America sono il 2% della spazzatura totale del paese.
E' nota anche per appoggiare associazioni "ambientaliste" che difendono le politiche delle aziende e delle grandi industrie.
Nel 1997 aveva messo a punto un prodotto di sintesi, battezzato Olestra, da utilizzarsi come sostituto dell'olio. Dopo lunghe pressioni sulla Food and Drug Administrator il prodotto era stato autorizzato all'impiego. E' stato accertato che provoca diarrea e impedisce l'assorbimento di vitamine liposubili.
La P&G controla i marchi: Intervallo, Lines, Tampax, Bounty (carta assorbente), Tempo, Senz'acqua Lines, Dignity, Linidor, Pampers, Lenor, Ariel, Bolt, Dash, Tide, Nelsen, Ace, Ace Gentile, Baleno, Febreze, Mastro Lindo, Mister Verde, Spic&Span, Tuono, Viakal, Pringles, Infasil, Heald&Shoulders, Keramine H, Oil of Olaz, AZ, Topexan, Infasil, Dove, Panni Swiffer,
Novartis
Leader, insieme alla Monsanto nel settore delle biotecnologie. Specializzata nella produzione di mais geneticamente modificato.
Distribuisce con i marchi: Isostad, Vigoplus (bevande dietetiche), Novo Sal, Ovomaltine, Cereal, Piz Buin (crema protettiva)
Esso
I Verdi del Parlamento Europeo hanno lanciato una campagna di boicottaggio perché la Exxon, l'industria più ricca del mondo, ha sostenuto fortemente l'abbandono del protocollo di Kyoto per la difesa ambientale da parte degli Stati Uniti.
Monsanto
Metà del suo fatturato annuale (34mila miliardi di lire) proviene dalla produzione di erbicidi, di ormoni di sintesi e di sementi geneticamente modificate. Il resto proviene dalle attività farmaceutiche.
E' il terzo produttore del mondo di pesticidi e controlla il 10% del mercato mondiale. E' una delle maggiori aziende del mondo nella produzione di sementi geneticamente modificati (capaci di resistere agli stessi erbicidi prodotti dalla stessa Monsanto).
Nel 1997, negli Stati Uniti, ha pagato una multa di 50mila dollari per pubblicità ingannevole. Aveva definito l'erbicida Roundup un prodotto "biodegradabile ed ecologico".
Ancora nel 1997, in occasione della conferenza sul clima di Kyoto, la multinazionale ha fatto pressioni affinché la conferenza non inserisse gli HFC (idro fluoro carburi, sostanze pericolose perché contribuiscono in misura notevole all'effetto serra) fra i gas da ridurre.
Nel 1999 è stata denunciata per abuso di posizione dominante nel settore delle biotecnologie.
Sempre nel 1999 è stata denunciata perché testava i suoi prodotti sugli animali.
Controlla i marchi: Mivida Misura
giovedì 28 febbraio 2013
DOVE SI LAVANO I DIAMANTI DI SANGUE
Surat, India. Una città di oltre cinque milioni di abitanti sulle sponde del Mar Arabico, poco battuta dagli itinerari turistici ma con un’importanza commerciale enorme. La quasi totalità del commercio di diamanti dell’intero pianeta – legali o meno che siano – passa infatti da questa città. Jason Miklian, giornalista del Foreign Policy, ha raccontato il ruolo di questa metropoli nel commercio di queste pietre preziose e nei traffici illeciti che lo accompagnano.
Surat è la quarta città del mondo per velocità di espansione, anche grazie al commercio dei diamanti che giungono in città a bordo di vecchi treni sorvegliati a vista da guardie armate. Le pietre, ancora grezze, vengono lavorate in innumerevoli opifici. Dei cinque milioni di abitanti di Surat, si stima che almeno 500.000 lavorino nell’industria dei diamanti. Le gemme arrivano con ogni mezzo dall’Africa, dall’Asia Centrale e da ogni altro centro minerario per poter essere lavorate sfruttando la manodopera a basso costo dell’India, senza che nessuno faccia troppe domande circa la provenienza delle pietre. La città belga di Anversa, che per 500 anni è stata il quartier generale del mondo dei diamanti, ha perso il suo predominio sul mercato proprio a causa della “troppa burocrazia”, ma a Surat c’è posto per tutti, anche per quei “diamanti insanguinati” che finanziano i conflitti nelle zone di guerra. L’intero sistema è protetto da un’intricata rete di famiglie, brokers e intermediari che lavorano quasi esclusivamente sul mercato nero. A Surat, i bassi salari e la scarsa regolamentazione del mercato hanno dato vita a una specie di paradiso dell’industria del diamante: il 90% delle gemme passano da questa città per essere sgrezzate e tagliate. E, soprattutto, per far perdere ogni traccia della propria provenienza. Un mercato che, ogni anno, frutta 40 miliardi di dollari. Il mondo dei diamanti è cambiato e chi gioca sporco ha trovato nuove strade per condurre il gioco. L’impero di De Beers, per anni unico signore dei diamanti, è stato lottizzato e venduto ad altri gruppi, i mercati di Hing Kong e Dubai si sono imposti sulla vecchia guardia e oggi la borsa dei diamanti più importante del mondo ha sede a Mumbai. E, ovviamente, i signori della guerra hanno trovato il modo di aggirare anche i vincoli imposti dal Kimberley Process, un protocollo redatto da un gruppo di organizzazioni per i diritti umani che tutela i lavoratori dell’industria dei diamanti e che fornisce una sorta di “passaporto” per le pietre grezze, in attesa di essere spedite. Il certificato Kimberley è uno standard accettato in tutto il mondo, che attesta la provenienza “pulita” dei diamanti ma è ancora un sistema estremamente basilare. E a Surat nessuno si pone troppe domande.
A dispetto della sua straordinaria ricchezza economica, Surat non è certamente un paradiso. Il lavoro minorile è ovunque e quando il film Blood Diamond uscì nella sale, molte imprese finirono al centro dello scandalo. Ma i bambini non hanno smesso di lavorare: sono solo stati trasferiti ai margini della città, in una zona meno in vista. Una persona che lavora i diamanti fa un lavoro duro e pericoloso: a 35 anni la vista è già compromessa e subentrano presbiopia e strabismo. Anni passati a respirare microscopici granelli di polvere di diamante provocano tubercolosi e malattie respiratorie. Una volta lavorate e tagliate, i diamanti vengono impacchettati e continuano il proprio viaggio verso il Nord America, l’Europa, l’Asia. Ogni scatola è accompagnata da una serie di certificati: è impossibile controllarli tutti. Così, per le guardie che dovrebbero sovrintendere il commercio delle gemme, “Il processo Kimberley non è rilevante” e gli ispettori non possono svolgere il proprio lavoro. Così, i diamanti insanguinati, illecitamente estratti e venduti per finanziare i conflitti in Africa e poi lavorati a Surat dalle mani di un ragazzino, vengono lavati dal sangue che li accompagna, pronti per diventare raffinati gioielli senza che nessuno conosca la loro storia.
Surat è la quarta città del mondo per velocità di espansione, anche grazie al commercio dei diamanti che giungono in città a bordo di vecchi treni sorvegliati a vista da guardie armate. Le pietre, ancora grezze, vengono lavorate in innumerevoli opifici. Dei cinque milioni di abitanti di Surat, si stima che almeno 500.000 lavorino nell’industria dei diamanti. Le gemme arrivano con ogni mezzo dall’Africa, dall’Asia Centrale e da ogni altro centro minerario per poter essere lavorate sfruttando la manodopera a basso costo dell’India, senza che nessuno faccia troppe domande circa la provenienza delle pietre. La città belga di Anversa, che per 500 anni è stata il quartier generale del mondo dei diamanti, ha perso il suo predominio sul mercato proprio a causa della “troppa burocrazia”, ma a Surat c’è posto per tutti, anche per quei “diamanti insanguinati” che finanziano i conflitti nelle zone di guerra. L’intero sistema è protetto da un’intricata rete di famiglie, brokers e intermediari che lavorano quasi esclusivamente sul mercato nero. A Surat, i bassi salari e la scarsa regolamentazione del mercato hanno dato vita a una specie di paradiso dell’industria del diamante: il 90% delle gemme passano da questa città per essere sgrezzate e tagliate. E, soprattutto, per far perdere ogni traccia della propria provenienza. Un mercato che, ogni anno, frutta 40 miliardi di dollari. Il mondo dei diamanti è cambiato e chi gioca sporco ha trovato nuove strade per condurre il gioco. L’impero di De Beers, per anni unico signore dei diamanti, è stato lottizzato e venduto ad altri gruppi, i mercati di Hing Kong e Dubai si sono imposti sulla vecchia guardia e oggi la borsa dei diamanti più importante del mondo ha sede a Mumbai. E, ovviamente, i signori della guerra hanno trovato il modo di aggirare anche i vincoli imposti dal Kimberley Process, un protocollo redatto da un gruppo di organizzazioni per i diritti umani che tutela i lavoratori dell’industria dei diamanti e che fornisce una sorta di “passaporto” per le pietre grezze, in attesa di essere spedite. Il certificato Kimberley è uno standard accettato in tutto il mondo, che attesta la provenienza “pulita” dei diamanti ma è ancora un sistema estremamente basilare. E a Surat nessuno si pone troppe domande.
A dispetto della sua straordinaria ricchezza economica, Surat non è certamente un paradiso. Il lavoro minorile è ovunque e quando il film Blood Diamond uscì nella sale, molte imprese finirono al centro dello scandalo. Ma i bambini non hanno smesso di lavorare: sono solo stati trasferiti ai margini della città, in una zona meno in vista. Una persona che lavora i diamanti fa un lavoro duro e pericoloso: a 35 anni la vista è già compromessa e subentrano presbiopia e strabismo. Anni passati a respirare microscopici granelli di polvere di diamante provocano tubercolosi e malattie respiratorie. Una volta lavorate e tagliate, i diamanti vengono impacchettati e continuano il proprio viaggio verso il Nord America, l’Europa, l’Asia. Ogni scatola è accompagnata da una serie di certificati: è impossibile controllarli tutti. Così, per le guardie che dovrebbero sovrintendere il commercio delle gemme, “Il processo Kimberley non è rilevante” e gli ispettori non possono svolgere il proprio lavoro. Così, i diamanti insanguinati, illecitamente estratti e venduti per finanziare i conflitti in Africa e poi lavorati a Surat dalle mani di un ragazzino, vengono lavati dal sangue che li accompagna, pronti per diventare raffinati gioielli senza che nessuno conosca la loro storia.
Etichette:
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Ubicazione:
Surat, Gujarat, India
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