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giovedì 7 marzo 2013
I TRAUMI DELLA STORIA
Ho appena finito di leggere una recensione sulla London Review of Books di due libri di storia del fascismo usciti ultimamente in Gran Bretagna: Fascist voices: an intimate history of Mussolini’s Italy
, di Christopher Duggan, e The fascist party and popular opinion in Mussolini’s Italy
, di Paul Corner: i prodotti più recenti di un filone molto fertile della storiografia britannica, il cui apice finora è stata la biografia di Mussolini del grande Denis Mack Smith. L’autore dell’articolo, Richard J. Evans, fa un confronto tra la decisa politica di denazificazione nella Germania del dopoguerra e la scelta dell’Italia di premiare la continuità (o di dare un colpo di spugna, a seconda del punto di vista). Evans ci ricorda, tra le altre cose, che ancora nel 1960, diciassette anni dopo la caduta di Mussolini, 60 dei 64 prefetti italiani e 135 su 135 capi della polizia erano stati nominati sotto il regime fascista. Riflettendo su questo fatto, e sulla rivelazione fatta da Silvio Berlusconi durante la presentazione di un libro di Bruno Vespa nel dicembre 2011 che “sto leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci e devo dire che mi ritrovo in molte situazioni”, Evans scrive che “è impossibile immaginare un uomo politico tedesco di oggi ammettere che ‘si ritrova’ nella corrispondenza di Hitler e Eva Braun”. Per Evans, sarebbe altrettanto impossibile che “un uomo politico tedesco sostenesse che ‘Hitler non ha mai ucciso nessuno’” (riferendosi sempre a un giudizio di Berlusconi su Mussolini, questa volta del 2003). Non voglio aprire l’ennesima polemica su presunte simpatie fasciste o meno di Berlusconi. Preferisco affrontare la questione del peso della storia sul presente. Sarà perché ho superato i cinquant’anni, un’età in cui i libri di storia cominciano a dare più soddisfazione dei romanzi. O perché vedo le cose in modo con una visione più macro, mentre una volta prediligevo le microletture. Ma ora mi accorgo sempre più che gli avvenimenti di cinquanta, settanta, cento anni fa hanno un effetto a volte subdolo e schiacciante sulla psiche di un paese e sulle scelte che fa oggi. Nel mio paese d’origine, la Gran Bretagna, non abbiamo mai digerito del tutto la perdita di quell’impero che nel 1922 copriva un quarto della superficie terrestre e un quinto della popolazione mondiale. Il risultato, spesso, è la sindrome Little Britain, una specie di orgoglio cagnesco – che non si esprime, cioè, in modo sano ma si contorce in fenomeni come il teppismo allo stadio, il tenere l’Europa a debita distanza, pur ammettendo qualche convivenza, l’illusione che abbiamo un rapporto paritario con gli Stati Uniti. E, non ultimo, la nostra passione per la birra tiepida. In Italia, ugualmente, sono convinto che la mancata rottura netta con il ventennio abbia avuto un effetto nocivo che il paese sta ancora smaltendo. Per fare solo un esempio che mi viene in mente: è possibile che i tanti misteri irrisolti del dopoguerra, dal sequestro Moro a Ustica alla strage di Bologna, siano rimasti irrisolti, anche in parte, per un meccanismo di mistificazione legato a un senso di colpa nazionale (perché mistificare vuol dire non dovere affrontare)? O legato alla volontà, da parte di chi aveva interesse a non fare uscire la verità, di fare leva su tale senso di colpa? Lo so, sarebbe il tema per un libro, non un post. Ma mi piacerebbe sapere se pensate che questa mia analisi da straniero in Italia sia totalmente sbagliata. E, se pensate che l’analisi in sé è sbagliata, ma che i traumi della storia italiana abbiano comunque una grossa influenza sul presente del paese, allora quali sono per voi questi traumi, e come si percepiscono gli effetti oggi? Ps. Per offire due altri esempi dal mio paese, alla perdita dell’impero aggiungerei la partizione dell’Irlanda nel 1921 e la legge sull’istruzione del 1944 (la cosiddetta Butler act) che ha sancito l’esistenza di una gerarchia sociale della scuola dell’obbligo in Gran Bretagna, con effetti devastanti sulla società. -Lee Marshall-
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martedì 26 febbraio 2013
ELEZIONI, TANTI SOLDI E ZERO RISULTATI
L'esito elettorale di queste ultime ore, tra la corsa ad accaparrarsi gli scranni e tra i numeri e dati forniti dal Viminale rendono chiara, al momento, una sola cosa. Ovvero, la difficilegovernabilità di questo Paese. Una situazione precaria ed instabile che porterà ad una conseguenza, di cui si vocifera da ieri dopo i primi, incerti, exit pool: riformulare la legge elettorale, provare con tutti gli sforzi possibili ad approvare lemanovre più urgenti per il Paese e poi ritornare a votare. Costruire quindi un'intesa tra le varie forze politiche per i prossimi tre, quattro, sei mesi prima di riaprire le urne elettorali. Ma quanto costano allo Stato le elezioni?
Il calcolo è presto fatto. In Italia le sezioni elettorali sono 61.597; tra queste ci sono anche 595 sezioni ospedaliere - istituite nei nosocomi e nelle case di cura con almeno 200 posti letto - e 1.620 seggi speciali, allestiti presso gli ospedali e le cliniche più piccole (da 100 a 199 posti) o nelle carceri, più 3.290 seggi "volanti", attrezzati per la raccolta dei voti nelle case di cura con meno di 100 letti.
Il costo complessivo di ogni sezione, che comprende il variomateriale elettorale - schede, matite, urne, registri e cancelleria varia - e il compenso di presidente e scrutatori (che aumenta nel caso del doppio spoglio, come avvenuto in Lombardia, Lazio e Molise dove alle Politiche si è aggiunto il voto Regionale) si aggira intorno ai 6.135 euro. Una cifra che comprende anche lo stipendio fornito alle forze dell'ordine impiegate per la sicurezza delle elezioni: 21.154 poliziotti, 21.154 carabinieri, 11.526 finanzieri, 3.268 forestali, 300 poliziotti penitenziari, 3.638 vigili urbani, 585 poliziotti provinciali.
Per lo spoglio, il presidente di seggio percepise 187 euro, una cifra che sale a 224 euro se si vota anche per le Regionali. Lo scrutatore e il segretario invece guadagnano normalmente 145 euro, che diventano 170 nel caso di doppio voto.
La cifra totale, quindi, elargita dallo Stato per le elezioni del 24 e 25 febbraio, è di 389 milioni. Una cifra che copre anche altre spese, quali: l’organizzazione tecnica, come il montaggio e lo smontaggio delle cabine, la movimentazione dei tabelloni per la propaganda elettorale, la raccolta e trasmissione dei dati, ma anche le spese per le agevolazioni di viaggio agli elettori (sconto sul treno, pedaggio autostradale gratuito... per un totale di 9,8 milioni) e quelle relative all' esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero.
Spese che sono ripartite tra i Ministeri interessati, anche se è al Ministero dell'Interno che spetta la spesa più pesante: 315 milioni, distribuiti tra quattro voci di spesa (73 i milioni per il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, 5 i milioni per il Dipartimento della Politiche Personali e 237 i milioni per il Dipartimento Affari Interni e Territoriali).
Soldi provenienti dalle casse dello Stato, che versano già in gravi difficoltà. E il pensiero di dover ritornare a votare molto presto non è per niente rassicurante.
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