giovedì 14 febbraio 2013

MARIJUANA PER TUTTI


Sono davanti a una vetrina fra tante in una strada di ristoranti, boutique e uffici nel centro di Denver. A distinguerla c’è solo un logo con una croce verde. L’atrio è lindo, lumino- so e a un primo sguardo piuttosto anonimo: annunci di iniziative pubbliche appesi alle pareti, un vaso di orchidee su una scrivania, un visitatore che riempie un modulo. Il tavolino davanti al divano è pieno di copie del National Geographic, ma ad attirare l’attenzione sono alcuni volumi rilegati: The big book of buds: marijuana varieties from the world’s great seed breeders (Il grande libro dei fiori: varietà di marijuana prodotte dai più importanti selezionatori di semi del mon- do), in tre tomi. E “The Cannabible” (La bibbia della cannabis). Ean Seeb, uno dei proprietari, mi accoglie con un sorriso cordiale e una stretta di mano. “Qui non abbiamo poster di Bob Marley, anzi il negozio potrebbe sembrare uno studio medico”. In corridoio passiamo davanti a una teca piena di bong e pipe ad acqua ed entriamo in una stanzetta sul retro dove due dipendenti in maglietta nera servono ai clienti vasetti pieni d’erba. Sulle etichette si leggono nomi come Bio-Diesel, Ultimate ’91 ChemDawg e DJ Short’s Flo. I commessi chiacchierano della vittoria di Barack Obama, controllano i documenti, passano carte di credito. È tutto piuttosto ordinario, banale perfino. per uso medico del Colorado, è la dimostra- zione del fatto che la droga si può vendere apertamente e legalmente senza che il mondo venga invaso da orde di zombie tossicodipendenti. Lo stesso giorno in cui Obama è stato rieletto, il Colorado e lo stato di Washington hanno votato per legalizzare l’uso della marijuana a scopo ricreativo: una decisione storica, con profonde implicazioni per la decennale “guerra alla droga” degli Stati Uniti. Da Richard Nixon in poi, i presidenti degli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari in una campagna di criminalizzazione della droga che ha portato in carcere migliaia di persone e si è imposta come esempio al resto del mondo. Ma ora, almeno per quanto riguarda la marijuana, sembra che quell’impeto si sia affievolito. Seeb, 37 anni, imprenditore e attivista politico, sa quanto sia importante questo cambiamento. “È l’inizio della fine del proibizionismo”, dice. Come lui, molti politici, analisti, militanti ed ex agenti di polizia sono convinti che la legalizzazione produrrà entrate fiscali, ridimensionerà i profitti dei cartelli del narcotraffico e ridurrà drasticamente la percentuale di detenuti latinoamericani e afroamericani. I governi dell’America Latina,un tempo ligi alla linea della Casa Bianca sulle droghe, da qualche anno chiedevano riforme, in particolare il presidente del Guatemala Otto Pérez Molina. Secondo uno studio dell’Istituto messicano per la concorrenza, la legalizzazione della cannabis nel Colorado, nell’Oregon e nello stato di Washington potrebbe ridurre anche del 30 per cento i profitti dei cartelli. Così come anticiparono l’abbandono del proibizionismo sugli alcolici da parte del governo federale nel 1933, il Colorado e altri stati potrebbero fare la stessa cosa con la cannabis, anche se lentamente e in maniera poco omogenea. 
Il successo dell’esperimento del Colora- do, con le rivendite di marijuana per uso medico, ha incoraggiato gli elettori a soste - nere l’emendamento 64, che permette a chi ha più di 21 anni di acquistare dosi modiche di marijuana. La stessa dinamica è entrata in azione anche nello stato di Washington. “Dobbiamo far capire al paese e al resto del mondo cosa si può fare introducendo un modello economico regolamentato”, dice Elliott Klug, 35 anni, proprietario della catena Pink House, che ha sei rivendite in Colorado. Klug mi parla di marchi, qualità, fette di mercato e rapporto costi-benefici.
Anche se l’uso per scopi medici è ammesso dal 2000, in Colorado la marijuana è stata per molto tempo guardata con sospetto. Poi la guerra alla droga si è inasprita, la linea del fronte si è spostata dalla Colombia al Messico con 60mila vittime dal 2006 a oggi e le minoranze etniche hanno cominciato ad affollare le carceri per crimini di poco conto legati agli stupefacenti. E l’atteggiamento dell’opinione pubblica è cambiato. Il Colorado, con i suoi bastioni liberal come Denver e Boulder, e una lunga tradizione di coltivazione di varietà eccellenti di cannabis, aveva organizzato un referendum per legalizzare l’uso della marijuana a scopo ricreativo nel 2006. Dotata di mezzi limitatissimi, la campagna per il sì aveva ottenuto il 41 per cento dei voti contro il 59 dei no, ma in seguito ha recuperato fondi e sostenitori e si è riorganizzata. Alla variegata coalizione di quest’anno hanno aderito l’American civil liberties union, repubblicani dissidenti, studenti e associazioni come la Drugs policy alliance, Just say now e Yes on 64. Con due milioni di dollari a disposizione, la campagna ha usato la radio per inquadrare il dibattito in termini di diritti civili, occupazione, entrate fiscali (60 milioni di dollari tra il risparmio e i proventi) e autonomia dello stato. Alcuni politici importanti, sia democratici sia repubblicani, si sono opposti all’emendamento. Dalla Florida, l’organizzazione Save our society from drugs ha raccolto finanziamenti per la campagna del no, ma non ha superato i 700mila dollari. La forza della campagna per il sì era tangibile già una settimana prima del voto. At- traversando lo stato si vedevano manifesti a sostegno della legalizzazione dappertutto. Le radio ricevevano telefonate di ascoltatori infervorati. Folle di studenti universi- tari sono accorse a Boulder per il comizio di Gary Johnson, un ex governatore del New Mexico che si è candidato alla presidenza puntando su posizioni ultralibertarie e sostenendo la legalizzazione. “Denver ha l’opportunità di cambiare il mondo, e la coglierà”, ha detto tra gli applausi. Il 6 novembre, subito dopo la chiusura delle urne, centinaia di sostenitori della campagna si sono riuniti al Casselman’s Bar di Denver per attendere i risultati. Storditi dall’idea di poter cambiare la storia, sono stati travolti dalla gioia quando sul maxischermo è stata annunciata la vittoria: 53 per cento contro il 47 per cento dei no. Una scena simile si è svolta a Seattle, nello stato di Washington, dove il fronte della legalizzazione ha ottenuto il 55 per cento contro il 45 per cento dei contrari. Diversi funzionari statali, senatori, deputati e sindaci hanno dichiarato che rispetteranno la decisione degli elettori, ma nessuno sa cosa succederà ora. Per la legge federale la marijuana è illegale. L’amministrazione Obama ha imposto un giro di vite sulle rivendite di cannabis per uso medico della California, dove una normativa confusa ha causato molto problemi. Gli attivisti sperano che gli agenti federali lascino in pace il Colorado e lo stato di Washington perché la loro normativa è più rigorosa e perché durante il secondo mandato in genere i presidenti tendono a essere meno intransigenti. I sostenitori della campagna che aveva- no affittato un appartamento a Denver ora pensano di trasferirsi in California, in Oregon e in altri campi di battaglia. La strategia prevede di concentrarsi sugli stati prima di passare al livello federale. In Colorado i negozi di marijuana a uso ricreativo non apriranno prima di un anno, ma c’è già chi scherza sul soprannome di Denver, Mile High City, e sull’inno del Colorado, Rocky Mountain High, con giochi di parole sull’aggettivo high, che vuol dire “alto”, ma anche “sconvolto”. Le voci critiche non trovano affatto di- vertente la prospettiva di un’invasione dei “turisti della droga” come ad Amsterdam. Resta inoltre il divieto di consumare marijuana in pubblico. Anche se non ci saranno coffee shop, potrebbero però spuntare come funghi gli alberghi per consumatori di cannabis e magari anche i club privati. Johnson non se ne preoccupa. “Non sarà fantastico quando tutti voleranno a Denver per un fine settimana di relax?”.

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