domenica 17 marzo 2013

IL PETROLIO SALVERA' LA FORESTA?


Quando un nuovo giacimento di petrolio è stato ritrovato sotto la giungla amazzonica, inEcuador, non pochi attivisti avevano temuto il peggio. Compresa la tribù Kichwa, pronta a difendere la “sua terra”, circa 70mila ettari di territorio ancora vergine, possibile teatro di un grosso progetto di estrazione petrolifera. Quello già messo in cantiere dalla Petroamazonas, una delle maggiori compagnie sudamericane. Ma adesso, spiega il Guardian, potrebbe essere un piano radicale per riscattare i diritti di perforazione a risparmiare l’area più ricca di biodiversità del pianeta. Un progetto con il quale sarebbe evitata l’estrazione, in cambio di una donazione ingente da parte dei paesi industrializzati.
IL CASO - Ai margini del parco nazionale Yasuni si trova un’area incontaminata dove due tribù di guerrieri indiani (gli Huaorani, ndr) vivono in isolamento volontario, insieme a rari esemplari di animali: 150 tipi di rane, rettili, 600 specie diverse di uccelli e 200 differenti mammiferi. Una concentrazione unica che da tempo attira i biologi di tutto il mondo. Senza dimenticare 1.500 specie di piante e 400 di pesci. Ma nel 2007 è stato il ritrovamento di un gigantesco giacimento di petrolio, in una parte del parco Yasuni, a preoccupare tutti. Secondo le stime, dal petrolio dell Yasuni si potrebbero guadagnare circa 7 miliardi di dollari. In Ecuador i primi giacimenti sono stati ritrovati dalla compagnia petrolifera Texaco, nel 1967. Cinque anni più tardi, quando la zona era sfruttata, la dittatura militare dell’Ecuador ha cominciato a sfruttare le estrazioni, preannunciando l’inizio di una nuova era di sviluppo per il paese.
Kelly SwingCRITICHE –  Nei primi anni le estrazioni del petrolio hanno contribuito a creare ospedali, scuole e strade. Ma 45 anni dopo, l’Ecuador ha solo la metà delle sue riserve – 4,5 miliardi di barili – di cui il 20% si trova sotto il parco Yasuni. Alberto Acosta, ex ministro del petrolio, è oggi diventato un ecologista radicale, che si presenta come candidato alla presidenza per un gruppo di partiti di sinistra nelle elezioni del mese prossimo. E critica la stessa idea di puntare sull’oro nero: “La realtà è che il petrolio non ha portato sviluppo per l’Ecuador”. Questo perché, pur permettendo la costruzione di diverse infrastrutture strategiche, è stato responsabile dell’inquinamento e della distruzione ambientale. Senza risolvere i problemi economici endemici del paese.
IL PIANO – Per estrarre il petrolio dallo Yasuni si avrebbe bisogno di pozzi, oleodotti, porti, strade e villaggi. “Si tratta di un greggio particolarmente pesante”, aggiunge. Ma Acosta sta lavorando a un piano originale, che prevede la possibilità di lasciare il petrolio nel sottosuolo, in cambio di una donazione ingente: metà del valore del giacimento, circa 3,6 miliardi di dollari, in 13 anni, versati dai paesi industrializzati. L’ONU stesso ha istituito il “fondo Yasuni”, grazie a diverse donazioni da diversi paesi del mondo. La proposta è stata rilanciata dallo stesso presidente dell’Ecuador Correa, che ha spiegato anche i vantaggi che deriverebbero dal risparmio delle emissioni. E dato che sono stati in passato gli stessi paesi industrializzati a chiedere la riduzione delle emissioni per rallentare i cambiamenti climatici, Correa e Acosta hanno proposto il patto originale. Che potrebbe risparmiare la foresta. Secondo le stime, già più di 100 milioni di dollari sono stati versati nel fondo delle Nazioni Unite. Risorse che potrebbero essere l’unica speranza per salvare il patrimonio della foresta amazzonica. Ed evitare che il giacimento sia dato in concessione ai privati, per essere sfruttato.

IL MISTERO DEI REPERTI DI ROBERTA RAGUSA


Il giorno dopo l'annuncio del Tgcom24 del ritrovamento di reperti riconducibili a Roberta Ragusa, la donna scomparsa nel pisano oltre un anno fa, i carabinieri guidati dal comandante provinciale, colonnello Gioacchino Di Meglio, si trincerano dietro il silenzio e si rifiutano di parlare con i cronisti. Assenti in procura il procuratore Ugo Adinolfi e il pm titolare delle indagini Aldo Mantovani.
Bocche cucite anche tra gli investigatori che conducono l'inchiesta: il colonnello Gianni Fedeli e il capitano Michele Cataneo, che hanno preferito non incontrare i giornalisti facendo dire al piantone della caserma che sulla vicenda non sarebbero andati oltre il "no comment". Roberto Cavani, avvocato difensore del marito di Roberta, Antonio Logli, unico indagato per omicidio volontario e occultamento di cadavere, fa sapere di non "essere stato informato" dagli inquirenti di alcun ritrovamento ma che comunque se "si fosse trattato di resti umani avrebbero dovuto informarci in quanto parte del procedimento penale nell'eventualità di svolgere qualunque tipo di accertamento irripetibile".
Cavani ha anche ricordato che "quando furono ritrovati gli indumenti nel bosco di Montaione, nei pressi di San Miniato (Pisa) fummo chiamati per effettuare il riconoscimento di quegli oggetti: questa volta non ci hanno informati". Resta dunque da chiarire la natura dei reperti e se imprimeranno un'accelerazione all'inchiesta. Secondo indiscrezioni, la raffica di interrogatori previsti (a cominciare dalla cerchia di amici e parenti della famiglia) che si concluderanno con l'esame dell'indagato inizieranno solo dopo Pasqua.

I RETROSCENA DEL CONCLAVE


La rivoluzione è iniziata l’altra sera, dopo che il cardinale Re si è avvicinato per chiedergli: accetti la tua elezione a Sommo Pontefice? E dopo che sono state bruciate tutte le schede nella stufa e si è resa ben visibile la fumata bianca dal comignolo; poi sono trascorsi più di 50 minuti prima che Francesco facesse capolino dalla Loggia delle Benedizioni per mostrarsi al mondo.
Ha dovuto prima vestirsi di bianco, accettare l’atto di ossequio degli elettori, intonare il Te Deum (che ha fatto rifiutando di sedersi sul trono papale, restando sempre in piedi). In piazza erano in molti a chiedersi il perché di quella lunga attesa. Anche il dietro le quinte di una cerimonia segreta e unica al mondo a volte può essere attraversata da piccoli gesti che fanno capire tanto del carattere di una persona. Francesco tra le prime cose ha voluto telefonare proprio a Ratzinger, per sottolineare il legame di fiducia esistente. Un grande gesto. Poi si è affacciato con quel «buonasera» un po’ spiazzante.
Accanto a lui era presente un cardinale brasiliano, Claudio Hummes, ex arcivescovo di San Paolo del Brasile e già prefetto della congregazione del Clero. Certamente il suo più grande elettore e amico fidato. Bergoglio lo ha voluto vicino a sé in quella occasione riconoscendo che grazie all’infaticabile e paziente rete tessuta dietro le quinte per giorni e giorni dal porporato brasiliano si è creata una piattaforma di consensi tale da poterla immettere in conclave al momento giusto, in caso di stallo, quando i candidati favoriti della vigilia – Scola, Scherer e O’Malley – cominciavano a dare segni di cedimento.
I loro consensi non crescevano come avrebbero dovuto, c’erano resistenze e veti incrociati, gli italiani divisi. Il ticket Scola-Sandri (quest’ultimo come Segretario di Stato) era la grande carta che una parte dei curiali contava di introdurre per raggiungere la soglia dei 77 voti. Il tentativo era di far confluire sul porporato milanese – che per la verità era apparso un po’ riluttante e nelle congregazioni generali aveva ricordato che non sono possibili accordi pre Conclave e che quindi si sentiva in imbarazzo per le voci riguardo a promesse di futuri incarichi – i voti di una fetta importante di curiali che nelle prime votazioni avevano probabilmente accordato il loro consenso a Odilo Scherer, l’arcivescovo di San Paolo del Brasile con un passato nella curia romana.
Poi è successo qualcosa che ha fatto mutare il vento, Scola si è ritirato dalla corsa e al quarto scrutinio Bergoglio ha iniziato a prendere voti, fino al quinto spoglio. Decisivo. Al 77esimo voto è scattato un lungo applauso, ma la conta a suo favore è andata avanti. Oltre 80 voti. Il cardinale Damasceno (brasiliano) ha spiegato che i latino-americani hanno molto apprezzato il valore di Bergoglio e, così la storia si è scritta in questo modo, a prescindere da Scola che «semplicemente non ha raggiunto il consenso».
A favore di Francesco sarebbero arrivati anche voti dei wojtyliani di ferro. Il cardinale Dziwiz parlando con alcuni sacerdoti ha riferito che Francesco, prima di essere un uomo di Benedetto XVI, è una figura creata da Giovanni Paolo II «al quale deve tutto». Per questo gli chiederà di portare la Gmg in Polonia nel 2015, anno coincidente con il 1050 anniversario del battesimo della nazione. L’altro cardinale che Francesco aveva accanto era Vallini, il vicario di Roma. Attraverso una lettera ai romani ha «apprezzato» la sua «fermezza nel condannare i peccati, i comportamenti indegni e le controtestimonianze».

GLI ORRORI DELLA PRODUZIONE DI UOVA

Immagini agghiaccianti quelle girate qualche settimana fa dall'associazione americana Mercy For Animalsall'interno di uno stabilimento dell'Iowa e riprese oggi dal blog di Claudio Messora. Il documentario shockmostra le terribili pratiche cui vengono sottoposti i pulcini al fine di ottimizzare la produzione delle uova. Appena nati, i piccoli volatili vengono divisi per sesso: i pulcini maschi, non in grado di produrre uova, sono immediatamente uccisi, gettati vivi in un tritacarne. Alle femmine viene invece tagliata la punta del becco con un apposito macchinario. 
La produzione su vasta scala ha raggiunto un livello tale di ottimizzazione che qualsiasi briciola d'umanità viene messa da parte, spazzata via dal fine ultimo della società in cui viviamo: il profitto. Ci sono delle vie d'uscita a questo stato di cose? No, ma la speranza è l'ultima a dover morire: 

"Per evitare questo orrore non vedo soluzioni alternative rispetto al cessare di alimentare questa catena degna di un episodio di "Saw, l'enigmista". Ma se proprio non potete fare a meno di mangiare le vostre 220 uova pro-capite all'anno, quando andate al supermercato assicuratevi almeno di comprare solo quelle che recano il codice identificativo degli allevamenti all'aperto. Il primo numero deve essere 0 (uovo da agricoltura biologica) o 1 (uovo da allevamento all'aperto). Fatelo tutti e vedrete che la produzione si adeguerà." Tratto dal Blog di Claudio Messora 

giovedì 7 marzo 2013

OPERAI SORVEGLIATI DA NAZISTI NEI CENTRI AMAZON


Nonostante la smentita di Amazon, il colosso globale dell’ecommerce, la notizia di sorveglianti neonazisti messi a guardia degli operai, nel suo centro logistica in Germania a Bad-Hersfeld, ha fatto il giro del mondo. Lo scoop si deve al reportage della prima rete televisiva pubblica Ard, che mette in luce le terribili condizioni di lavoro nei magazzini della società di Jeff Bezos. Anche in America e Gran Bretagna le denunce di lavoro oppressivo e non sindacalizzato (oltre che di pratiche commerciali scorrette) abbondano.
Ben cinquemila immigrati assunti sotto Natale, e cioè per la stagione di picco degli ordini, nel centro operativo nell’Assia venivano sorvegliati e intimiditi da una sorta di milizia sospettata di avere legami con il mondo dell’estremismo di destra e degli hooligans neonazisti. Un vero choc per gli spettatori del servizio, che hanno subito cominciato a tempestare il potente gruppo di Seattle con messaggi di protesta e di disdetta degli ordini. O con la promessa che su Amazon non compreranno più, da ora in poi.
Le guardie esibivano capi di abbigliamento della Thor Steinar, marca simbolo dei simpatizzanti nazisti, tolta – paradossamente – dal catalogo dei prodotti in vendita su Amazo.com. Che però i nazistoidi alla fine pare proprio li avesse in casa. La ditta dei vigilantes si chiama «H.e.s.s. security», come il braccio destro di Hitler caduto in mano agli inglesi durante la Seconda guerra mondiale, figura ambigua mitizzata dell’estremismo di destra tedessco. Il servizio scoop è di Diana Loebl e Peter Onneken: i due reporter sono riusciti a filmare nonostante le minacce dei sinistri (o meglio, dei destri) addetti alla sicurezza, e hanno alzato il velo su condizioni praticamente di terrore e semischiavismo.
Migliaia di immigrati, provenienti da tutta Europa ma soprattutto dalla Spagna, dopo il lavoro dormono in alloggi di fortuna intorno ai magazzini della Amazon, sono pagati senza contributi e dovevano anche subire il «pizzo» delle organizzazioni – veri e propri caporali – che si occupano del reclutamento: queste agenzie li alleggerivano del 12% della già ben magra paga giornaliera.
E ancora: lunghi turni notturni e festivi, e misure simili a quelle dei campi di concentramento nazisti. Maria e Silvia, ad esempio, sono due lavoratrici che raccontano ad Ard la storia del loro fulminante licenziamento: da un giorno all’altro entrambe sono state cacciate via. La prima perché protestava per il posto in cui era stata mandata a dormire, mentre la seconda non è stata rinnovata alla scadenza, tre giorni prima di Natale, perché le ordinazioni erano inferiori alle attese. Il colosso dei libri non sarebbe nuovo a questo tipo di denunce: un’inchiesta della trasmissione Usa Morning call aveva fatto emergere turni di 10 ore e pause di pochi minuti nel magazzino di Lehigh Valley, in Pennsylvania.
Ma Amazon nega ogni addebito: «Amazon non tollera in alcun modo la discriminazione o l’intimidazione e respingiamo qualsiasi comportamento di questo tipo», così ha replicato Amazon.de alle accuse del servizio televisivo, in un comunicato diffuso ieri. La società ha aggiunto di prendere «molto sul serio» la sicurezza e il confort dei suoi dipendenti. «Controlliamo regolarmente i nostri service esterni, incaricati del’alloggio degli stagionali provenienti da altre regioni», ha spiegato Ulrike Stoecker, portavoce del distributore in Germania. Ma bisognerà vedere se questa smentita sarà convincente.

I TRAUMI DELLA STORIA

Ho appena finito di leggere una recensione sulla London Review of Books di due libri di storia del fascismo usciti ultimamente in Gran Bretagna: Fascist voices: an intimate history of Mussolini’s Italy, di Christopher Duggan, e The fascist party and popular opinion in Mussolini’s Italy, di Paul Corner: i prodotti più recenti di un filone molto fertile della storiografia britannica, il cui apice finora è stata la biografia di Mussolini del grande Denis Mack Smith. L’autore dell’articolo, Richard J. Evans, fa un confronto tra la decisa politica di denazificazione nella Germania del dopoguerra e la scelta dell’Italia di premiare la continuità (o di dare un colpo di spugna, a seconda del punto di vista). Evans ci ricorda, tra le altre cose, che ancora nel 1960, diciassette anni dopo la caduta di Mussolini, 60 dei 64 prefetti italiani e 135 su 135 capi della polizia erano stati nominati sotto il regime fascista. Riflettendo su questo fatto, e sulla rivelazione fatta da Silvio Berlusconi durante la presentazione di un libro di Bruno Vespa nel dicembre 2011 che “sto leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci e devo dire che mi ritrovo in molte situazioni”, Evans scrive che “è impossibile immaginare un uomo politico tedesco di oggi ammettere che ‘si ritrova’ nella corrispondenza di Hitler e Eva Braun”. Per Evans, sarebbe altrettanto impossibile che “un uomo politico tedesco sostenesse che ‘Hitler non ha mai ucciso nessuno’” (riferendosi sempre a un giudizio di Berlusconi su Mussolini, questa volta del 2003). Non voglio aprire l’ennesima polemica su presunte simpatie fasciste o meno di Berlusconi. Preferisco affrontare la questione del peso della storia sul presente. Sarà perché ho superato i cinquant’anni, un’età in cui i libri di storia cominciano a dare più soddisfazione dei romanzi. O perché vedo le cose in modo con una visione più macro, mentre una volta prediligevo le microletture. Ma ora mi accorgo sempre più che gli avvenimenti di cinquanta, settanta, cento anni fa hanno un effetto a volte subdolo e schiacciante sulla psiche di un paese e sulle scelte che fa oggi. Nel mio paese d’origine, la Gran Bretagna, non abbiamo mai digerito del tutto la perdita di quell’impero che nel 1922 copriva un quarto della superficie terrestre e un quinto della popolazione mondiale. Il risultato, spesso, è la sindrome Little Britain, una specie di orgoglio cagnesco – che non si esprime, cioè, in modo sano ma si contorce in fenomeni come il teppismo allo stadio, il tenere l’Europa a debita distanza, pur ammettendo qualche convivenza, l’illusione che abbiamo un rapporto paritario con gli Stati Uniti. E, non ultimo, la nostra passione per la birra tiepida. In Italia, ugualmente, sono convinto che la mancata rottura netta con il ventennio abbia avuto un effetto nocivo che il paese sta ancora smaltendo. Per fare solo un esempio che mi viene in mente: è possibile che i tanti misteri irrisolti del dopoguerra, dal sequestro Moro a Ustica alla strage di Bologna, siano rimasti irrisolti, anche in parte, per un meccanismo di mistificazione legato a un senso di colpa nazionale (perché mistificare vuol dire non dovere affrontare)? O legato alla volontà, da parte di chi aveva interesse a non fare uscire la verità, di fare leva su tale senso di colpa? Lo so, sarebbe il tema per un libro, non un post. Ma mi piacerebbe sapere se pensate che questa mia analisi da straniero in Italia sia totalmente sbagliata. E, se pensate che l’analisi in sé è sbagliata, ma che i traumi della storia italiana abbiano comunque una grossa influenza sul presente del paese, allora quali sono per voi questi traumi, e come si percepiscono gli effetti oggi? Ps. Per offire due altri esempi dal mio paese, alla perdita dell’impero aggiungerei la partizione dell’Irlanda nel 1921 e la legge sull’istruzione del 1944 (la cosiddetta Butler act) che ha sancito l’esistenza di una gerarchia sociale della scuola dell’obbligo in Gran Bretagna, con effetti devastanti sulla società. -Lee Marshall-

DIFENDERE LE DONNE


Ogni giorno è cronaca di un paese peggiore, un paese sempre più invivibile per le donne, dove la violenza e la legittimazione di quest’ultima si fanno sempre più forti. Pochi giorni fa è accaduto un fatto gravissimo. A raccontarlo è il centro antiviolenza L.I.S.A. che esprime tutta la solidarità a  Simona Giannangeli avvocato che ha assistito Rosa, la ragazza trovata, un anno fa, in fin di vita sulla neve con lesioni gravissime  all’apparato intestinale, vittima di un barbaro stupro da parte di Federico Tuccia condannato ad otto anni di reclusione per stupro ma non per tentato omicidio, episodio che la stampa non ha mai riportato e di cui si sono occupati solo quotidiani locali.
Ti passerà la voglia di difendere le donne [...] Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te” 
Queste sono le parole che ha trovato Simona Giannangeli sul parabrezza della sua auto. “Un simile attacco al lavoro, all’impegno personale e professionale e all’incolumità di chi si batte pubblicamente e in prima persona nella lotta alla violenza contro le donne,- scrive il Centro antiviolenza L.I.S.A-  è ancora più meschino e vigliacco perché perpetrato nel modo più bieco e infame: l’anonimato dietro cui si nascondono quanti agiscono la violenza e i loro complici! Chiunque abbia rivolto all’avvocata questa minaccia – di chiara matrice fascista – deve essere individuato perché costituisce un pericolo non solo per lei ma per tutte le donne che vivono nel territorio”. E per le vittime di stupro, sopratutto per Rosa, che era stata già minacciata, aggiungo.
Ce ne siamo accorte già tre anni fa, quando sul web hanno iniziato a moltiplicarsi prima pagine e blog a scopo di screditare il nostro lavoro e poi veri e propri spazi che adottano un linguaggio misogino, legittimando il femminicidio e la violenza. Su Facebook, gruppi come questi, ricevono migliaia di fans. Questi ultimi spargono disinformazione e consigliano le donne di “non rivolgersi ai centri anti-violenza ma sopportare le violenze, perché rovinerebbero le famiglie”. A tutto ciò si aggiunge il fenomeno del femminicidio quanto quotidiano quanto sottostimato dai media, dalla politica e dall’opinione pubblica ancora legata a schemi mentali sessisti.
Della violenza non se ne parla, perché le donne non devono essere difese in quanto provocatrici, come ancora molti pensano. Il biglietto ricevuto dall’avvocatessa non è un fatto isolato, ma rappresenta una delle tante minacce che ricevono le donne che denunciano la violenza contro le donne e difendono le loro compagne. Perché in una cultura maschilista le donne vengono educate ad andare contro il proprio genere, quindi contro le altre donne, e chi disattende questo insegnamento la paga cara. E inoltre, la cultura dello stupro nel nostro paese è molto forte, ma non se ne parla. Si preferisce parlare di quello che succede in India, che al contrario hanno fatto migliore figura di noi perchè tanti uomini hanno manifestato, si preferisce puntare il dito contro gli immigrati e non è un caso che gli accusatori sono gli stessi fascisti che ieri si facevano mittenti delle minacce alla signora Giannangeli.
Un ragazzo è stato defenestrato- e ora si trova in gravi condizioni-perché i genitori della fidanzata lo avevano sorpreso mentre faceva l’amore con quest’ultima.
Una ragazza da qualche anno è costretta a vivere sotto scorta a causa delle minacce ricevute dopo aver denunciato una lunga serie di violenze, ma con quest’ultimo episodio stiamo toccando il fondo e da donna ho molta paura di vivere in questo paese. Non voglio vivere in un paese che considera legittima la violenza di genere e che osteggia la libertà sessuale e individuale delle donne.
Ditemi se questo è un paese civile. Se in un paese civile una donna riceverebbe una lettera di minaccia solo perché non solo ha fatto il suo lavoro ma si è messa dalla parte di una vittima di un feroce stupro. Se in un paese civile c’è gente che pensa che lo stupro è considerato legittimo e le donne non vanno difese. Se in un paese civile due genitori tentano di uccidere un uomo solo perché faceva l’amore con la loro figlia e se c’è gente che si nasconde dietro l’ignoranza della verginità, nel 2013.
Perchè in un paese civile tutto questo non succederebbe e non ditemi che sono episodi isolati perchè i 120 femminicidi dell’anno scorso testimoniano da soli.

martedì 5 marzo 2013

I BAMBINI SIRIANI PAGANO CON LA MORTE LA GUERRA DEGLI ADULTI

Ancora bambini vittime dell'ennesima strage in Siria. Le agenzie parlano del ritrovamento a Safira, a Sud di Aleppo, dei corpi di 42 persone, tra questi bambini di età compresa tra gli 8 mesi e i 12 anni. "Apprendiamo con preoccupazione l'ennesima notizia della morte di bambini in Siria arrivata proprio durante l'incontro dei Paesi Amici della Siria, svoltosi a Roma questa mattina - ha detto Giacomo Guerrera, Presidente dell'UNICEF Italia. "Nei giorni scorsi abbiamo denunciato la morte di almeno 70 bambini a causa di attacchi missilistici nelle zone residenziali di Aleppo. Non possiamo più continuare ad essere testimoni di una crisi che da due anni martorizza il Paese e che ha coinvolto fino ad 1.184.000 bambini. Stanno perdendo tutto, case, amici, parenti, le proprie vite."
"Accogliamo con speranza la notizia dell'impegno preso dai Ministri presenti al Summit sulla Siria, appena concluso, a dare maggiore assistenza umanitaria all'interno della Siria. Auspichiamo che  priorità continui ad essere data ai bambini, perché gli sforzi fatti fino ad ora non vadano perduti. Faccio un appello ai cittadini italiani perché continuino a dimostrare la propria generosità a sostegno delle azioni dell'UNICEF per aiutare i bambini della Siria che da due anni soffrono per un conflitto che non hanno voluto"-  ha concluso Guerrera.
L'UNICEF è presente in Siria sin dall'inizio dallo scoppio della crisi per portare aiuti alla popolazione ed opera attraverso settori prioritari di intervento - sanità, nutrizione, acqua e igiene, istruzione, protezione dell'infanzia, fornitura di generi di primo soccorso. Sino ad ora, all'interno del Paese sono stati vaccinati 1.3 milioni di bambini contro il morbillo e sono stati assicurati accesso ad acqua potabile a 26,158 persone e sostegno psicosociale per oltre 32.000 bambini. Nell'ambito del Syria Humanitarian Assistance Response Plan (varato dall'ONU nel dicembre 2012), l'UNICEF ha lanciato un appello per 68 milioni di dollari per far fronte alla situazione in Siria nei settori di acqua, servizi igienici, salute, nutrizione, istruzione e supporto psicologico. Meno del 20% dell'appello risulta coperto.

NETANYAHU PRENDE TEMPO


Cinque settimane dopo aver ottenuto una vittoria risicata alle elezioni che si aspettava di dominare, e quattro settimane dopo che gli è stato chiesto di formare un governo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è ancora pronto a farlo, scrive Time.
Ora gli restano solo le due settimane che gli ha accordato il presidente Shimon Peres, che scadranno il 16 marzo. Poi a Israele servirà un esecutivo, in grado per esempio di accogliere il presidente statunitense Barack Obama, atteso per una visita ufficiale il 20 marzo. Oppure si dovrebbe tornare a votare.
Perché questo ritardo? Netanyahu è stato ostacolato da una salda alleanza tra due nuovi leader della scena politica israeliana, che hanno dominato la campagna elettorale: Yair Lapid, il cui partito centrista Yesh Atid è arrivato a sorpresa secondo, e l’imprenditore Naftali Bennett, alla guida della coalizione Casa ebraica.
Entrambi hanno promesso una “nuova politica”, e dopo le elezioni di sono rafforzati grazie ai loro rifiuti alle continue offerte di Netanyahu, che per convincerli a rompere l’alleanza ha provato a offrire dei ministeri chiave.
Più questa situazione andrà avanti, fa notare Time, peggio sarà per la stabilità politica israeliana. Secondo i sondaggi, il consenso attorno a Bennett e soprattutto a Lapid, che alcune rilevazioni danno addirittura in testa, sta crescendo.

1954 - 2013 ADDIO CHAVEZ


Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, è morto. Chavez, che nei mesi scorsi era stato operato di cancro, si è spento a Caracas alle 16,25 ora locale. Ad annunciarlo in tv il vice presidente e delfino designato, Nicolas Maduro.
La notizia è arrivata dopo una giornata molto convulsa, con gli alti vertici politco-militari venezuelani che si erano riuniti dopo l’aggravamento delle condizioni di salute del presidente. Proprio Maduro aveva riunito il consiglio dei ministri, i 20 governatori socialisti delle regioni del paese e l’alto comando delle Forze Armate. Ufficialmente il motivo della riunione era una “valutazione del progresso del progetto nazionale per lo sviluppo del paese”. In serata la notizia della morte. “E’ un momento di profondo dolore”, ha detto Maduro, interrompendosi fra i singhiozzi, in un discorso televisivo alla nazione.
Lo stesso  Maduro aveva denunciato anche l’esistenza di un “piano per destabilizzare” il Venezuela dietro la malattia di Chavez. Di più: Chavez si è ammalato perché “è stato attaccato”, come è successo con il leader palestinese Yasser Arafat. Tanto che è già pronta “una commissione speciale di scienziati” potrà confermare questa tesi. “Non abbiamo dubbi sul fatto che il comandante sia stato attaccato con questa malattia”, ha aggiunto Maduro. “Si tratta di un tema molto serio”, ha proseguito il vicepresidente, aggiungendo che “gli storici nemici della nostra patria hanno cercato il modo per danneggiare Chavez”. “La destra corrotta” del Venezuela – ha proseguito Maduro riferendosi all’opposizione – vuole “distruggere il comandante e il suo lavoro” ed “ha sempre odiato il presidente: non c’è in loro nemmeno un minimo di compassione umana. Vogliono inoculare odio affinché la rabbia del nostro popolo si trasformi in violenza”. Ciò dovrebbe a sua volta “portare ad un intervento estero”.

Intanto il Venezuela ha espulso, ha spiegato Maduro, due addetti militari dell’ambasciata Usa per aver agito a favore della destabilizzazione del Paese. Il primo è David Del Monaco accusato da Maduro di essere tra i “nemici della patria” che hanno “provocato alterazioni”, e cioè sabotato, “il sistema elettrico del paese, generando il caos”. Il secondo, in meno di un’ora, è David Kostal, anch’egli facente parte della rappresentanza dell’Aviazione Usa presso la sede diplomatica. Kostal è stato “dichiarato persona non grata”. Entrambi sono accusati di aver “proposto piani cospiratori” a ufficiali venezuelani in servizio attivo per indurli a organizzare un golpe contro Chavez.
Rivolgendosi alla Nazione in diretta televisiva Maduro ha sottolineato come Chavez stia “attraversando le ore più difficili” e “le circostanze peggiori che gli è toccato vivere dall’istante stesso della sua ultima operazione chirurgica” per l’asportazione di un tumore, l’11 dicembre scorso all’Avana, quarto intervento del genere in meno di un anno e mezzo. Anche il Paese, ha incalzato Maduro, deve fare i conti con il “momento più delicato” della sua storia recente: “Pace e vittoria per questa nostra patria che sta al fianco del nostro Comandante”, ha aggiunto il numero due del regime, delfino e sostituto di fatto di Chavez. Questi, ha confermato, soffre di una “infezione molto grave”, e di “complicazioni nella situazione respiratoria”. I medici sono costantemente al capezzale del 58enne paziente per curarlo, ha concluso Maduro, il quale ha infine invitato il popolo venezuelano a “pregare” per il proprio leader.
Nonostante ciò, il comandante presidente continua ad essere “aggrappato a Cristo e alla vita”, ha aggiunto il ministro la notte scorsa il ministro per la comunicazione Ernesto Villegas, ricordando che Chavez sta seguendo le indicazioni ordinate dall’equipe medica dell’Hospital Militar di Caracas dove si trova da un paio di settimane, dopo le cure ricevute in una clinica all’Avana. Il governo è accanto ai familiari del presidente “in questa battaglia piena d’amore e spiritualità”, ha aggiunto Villegas, il quale ha lanciato un appello al popolo venezuelano “per rimanere in lotta, incolume davanti alla guerra psicologica dispiegata dai laboratori stranieri ed amplificati dalla destra corrotta venezuelana”. Tali ambienti puntano a “favorire scenari di violenza quale pretesto per un intervento straniero nel paese”, ha aggiunto il portavoce, denunciando “i nemici storici di Hugo Chavez”. “L’unità e la disciplina – ha aggiunto – sono ora le basi per garantire la stabilità politica della patria”.
Chavez è rientrato una quindicina di giorni fa a Caracas da Cuba, dove lo scorso 11 dicembre è stato sottoposto alla sua quarta operazione contro il cancro. Proprio per ragioni di salute, il capo dello Stato non si è ancora insediato per un altro mandato, a seguito della sua netta vittoria alle presidenziali dello scorso 7 ottobre. Durante il fine settimana, il vicepresidente Nicolas Maduroaveva reso noto che Chavez stava affrontando un nuovo e duro ciclo di chemioterapia, che non gli impediva – era stato precisato – di governare il paese dal suo letto di ospedale. Tali considerazioni erano state subito messe in discussione dall’opposizione ‘antichavista‘, secondo la quale il presidente è ormai in fase terminale, non più in grado di svolgere le sue funzioni.
Proprio per queste ragioni, l’opposizione aveva invitato il governo a fornire informazioni più complete sullo stato di salute di Chavez. La richiesta era stata fatta propria tra l’altro anche da un gruppo di studenti che da giorni ormai si sono incatenati in una strada vicino all’ospedale militare diCaracas, dove è ricoverato dal 18 febbraio Chavez, per chiedere al governo di dire la verità. In questi tre mesi di assenza dalla scena politica, il governo di Caracas ha pubblicato solo quattro foto che mostrano Chavez provato ma sorridente, tra le figlie, nel letto dell’ospedale all’Avana. Il presidente ha trascorso 70 giorni all’Avana, e, dopo un intervento chirurgico “alla zona pelvica”, ha subito una tracheotomia per aiutare la respirazione dopo un’infezione ai polmoni.

domenica 3 marzo 2013

MULTINAZIONALI DA EVITARE PARTE 3


Burger King














In Gran Bretagna è stata al centro dell'attenzione perché stipulava contratti denominati "a zero-ore". I dipendenti non venivano pagati quando ad esempio il negozio era vuoto e quindi non stavano facendo niente.

Kodak













Nel 1990 è stata condannata a pagare una multa di 2 milioni di dollari per essere una delle 10 maggiori produttrici di sostanze inquinanti e cancerogene (è il maggior "emettitore" di metilene cloride degli USA).
Mitsubishi
E' coinvolta nell'importazione illegale di legname in Giappone. Sarebbe legata anche al commercio di armi e all'industria nucleare.

Coca Cola














Recentemente alcune associazioni di difesa dei lavoratori colombiani hanno deciso di intentare una causa contro la Coca cola per l'omicidio di alcuni sindacalisti. Secondo i portavoce delle associazioni la multinazionale usa vere e proprie squadre della morte per "minacciare" i dirigenti sindacali che intraprendono battaglie per i diritti dei lavoratori. Nei primi sei mesi del 2001 sarebbero stati uccisi 50 dirigenti sindacali, 128 lo scorso anno, piu' di 1500 negli ultimi dieci anni.
Pepsi cola
Al centro della campagna contro la Pepsi il fatto che la multinazionale appoggia e sostiene paesi con regimi dittatoriali (Birmania, Messico, Filippine). La Pepsico utilizza inoltre animali nei suoi studi ed esperimenti.

Shell













E' accusata di aver ucciso 80 persone e distrutto più di 500 abitazioni durante una manifestazione di protesta in Nigeria nel 1990.
Nel gennaio 1993 ha represso con la forza una seconda manifestazione organizzata dagli Ogoni. La repressione fu violentissima: 27 villaggi completamente distrutti, 2mila morti.
La multinazionale nega ogni coinvolgimento in queste repressioni violente.

Walt Disney











Ad Haiti possiede una delle maggiori industrie del mondo di abbigliamento. Migliaia di lavoratori poco più che quindicenni, pagati 450 lire all'ora. Lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno. Il rumore all'interno degli stabilimenti è assordante, non si può andare in bagno più di due volte al giorno e la pausa pranzo dura 10 minuti. Si calcola che per guadagnare la cifra che l'amministratore delegato della Disney guadagna in un ora, un'operaia haitiana dovrebbe lavorare 101 anni, per 10 ore tutti i giorni!

Danone










Per aumentare gli utili dell'anno 2000 la Danone, uno dei maggiori produttori e distributori di acque minerali del mondo, decise di licenziare 1800 persone. A Calais 500 famiglie si unirono in una campagna di boicottaggio. Grazie all'intervento di alcune associazioni per la tutela dei consumatori la campagna ha superato le Alpi arrivando anche in Italia (dove la Danone distribuisce con i marchi Saiwa, Galbani e Ferrarelle).

LE SOFFERENZE DEI BAMBINI DEL GOLFO


Il Sottosegretario generale dell’Unione degli ‘Ulama musulmani, Salman bin Faha al-‘Awda, ha messo in luce l’espansione generale del fenomeno della violenza familiare nella regione del Golfo, riferendo nel rapporto che l’intensità del fenomeno stesso è in aumento. Ha insistito quindi sulla necessità di promulgare norme deterrenti per i casi di molestie private violente, oltre che per quelli di eccesso di correzione, sottolineando l’opportunità di coinvolgere il cittadino nel problema, dal momento che la società araba e musulmana, che prega cinque volte al giorno, cominci a instaurare relazioni pacifiche, al fine di rendere il fenomeno della violenza oggetto di stupore e di biasimo anziché di correzione e di cura.
Al-‘Awda ha chiarito poi, nell’introduzione alla “Situazione della Shari‘a islamica nei casi di violenza familiare”, nel convegno organizzato dall’Universtà “Re ‘Abd al-‘Aziz” con la Guardia Nazionalea Jedda, martedì 26/02, che ”dalle peculiarità delle società arabe e islamiche emerge una linea di continuità e comunanza di situazioni e una relazione di vicinanza e di parentela, specifica o meno, senza che questo significhi ignorare i problemi in esse radicati o i problemi eccezionali, dovuti all’apertura al mondo. La violenza familiare  è infatti un problema che affligge il mondo intero: i numeri riportati nei rapporti e nelle statistiche rivelano che quattro bambini a settimana vengono uccisi per mano dei parenti in America”.
Al-‘Awda sottolinea inoltre che ”i dati dei rapporti rivelano un aumento dei livelli della violenza contro i bambini nel Golfo, fino ad arrivare al 47%, e che tale violenza riguarda soprattutto gli orfani, per i quali la percentuale sale fino al 70%”. Ha indicato quindi come nuovi studi rivelino che il 45% dei bambini sauditi sia esposto a forme diverse di lesioni e violenze quotidiane, e che un quarto di essi è esposto a maltrattamenti di vario genere, e che più del 70% di coloro che aggrediscono e terrorizzano i piccoli sono parenti stretti.
“In un altro studio condotto in un centro educativo sociale di Ryadh”, prosegue il Sottosegretario, “si è scoperto infatti che  l’80% di coloro che infliggono molestie ai bambini sono parenti, e che, in otto casi su dieci, l’aggressore è una persona di cui il bambino si fida o a cui vuole bene”.
Ciò dimostra come questa sia una delle questioni sociali più pericolose, che resta però troppe volte avvolta nel riserbo, per timore del disonore per la famiglia e della vergogna per la società, senza compiere alcuno sforzo per sradicare tale fenomeno dalle società arabe.

Al-‘Awda  ha quindi segnalato come una separazione dolorosa rappresenti un elemento ricorrente in questo fenomeno, nonostante l’elevato livello di conservatorismo delle leggi, in forma eminente, nei paesi islamici. La domanda che sorge è dunque la seguente: perché le pratiche religiose non frenano tali violenze?
Il Sottosegretario ha riaffermato la necessità di applicare le pratiche religiose a livello privato e pubblico e di adorare Dio con la preghiera e il digiuno, nonché con l’elevazione morale degli individui, dal momento che Dio ama coloro che si elevano.
Ha ribadito quindi “che la soluzione migliore, in cui ciascuno deve impegnarsi, al problema della violenza sociale, è quella del dialogo, le cui basi riportano ognuno all’ascolto dell’altra parte, a tornare piccoli o a crescere: così il padre deve ascoltare il figlio, per quanto piccolo, il responsabile deve ascoltare il sottoposto, sia questi autista, impiegato o domestico, così come l’insegnante deve dialogare con i suoi studenti”.
Allo steso modo, al-‘Awda ha richiamato la necessità dell’impiego delle energie dei giovani e della fondazione di istituzioni, sottolineando il fatto che la società saudita è una società giovane, in cui il 70% della popolazione è costituita da giovani tra i 16 e i 23 anni, fatto che distingue questa società dagli altri popoli del mondo; questa parte della popolazione, con la sua spinta, il suo entusiasmo e il suo proiettarsi verso il futuro, ha bisogno di essere incanalata con l’utilizzo delle sue energie in fondazioni, centri e società. Ha indicato come questa sia la via giusta anche per coloro che sbagliano e commettono reati, in modo che ciascuno contribuisca alla soluzione della crisi.
Al-‘Awda si è espresso quindi sull’opportunità di offrire alla gioventù distrazioni morigerate, come la lettura, la scrittura o l’esercizio della parola, del nuoto o degli sport permessi ai giovani, anzi di ogni tipo di attività idonea ad accrescere i doni dei giovani e corrisponda alle loro aspirazioni.
“I nostri ragazzi e le nostre ragazze”, ha aggiunto, “hanno bisogno di una vita pura, cosicché Dio possa amarli ed essere soddisfatto di loro e concedere in cambio di correggere quelle cose che si muovono in direzione opposta”.
Al-‘Awda ha ribadito infine la necessità di varare norme deterrenti per i casi di molestie private violente, aggiungendo che “il Regno saudita si sta ora volgendo a istituire una cornice legislativa per la questione della violenza sessuale generale, impegnando un  Comitato speciale nell’Assemblea della Shura nello studio dell’emanazione di un ordinamento  deterrente per i molestatori sessuali, allo scopo di porre fine a questo fenomeno e ottenere così un ambiente moralmente pulito”.

TORTURE SUI PRIGIONIERI IN SIRIA


Secondo i dati diffusi dalla Rete siriana per i diritti umani, il regime di assad ha arrestato circa 200 mila persone in meno di due anni.
Si tratta di prigionieri per reati di opinione, di oppositori politici e attivisti per i diritti umani. Tra di loro ci sono oltre 4500 donne, ma dato ancor più drammatico, ci sarebbero oltre 9000 giovani non ancora diciottenni!
Va ricordato che il regime usa sistematicamente lo strumento della tortura e che molti dei progionieri di trovano sotto la minaccia dell'intelligence siriana, nota per l'uso di ogni forma di violenza, compreso lo stupro, ai danni di bambini, donne, ma anche uomini.
Il video in allegato è un reportage diffuso da SiriaLibera. 

sabato 2 marzo 2013

STORIE DI STREETBOYS


Il servizio civile ti butta in un universo parallelo fatto di profonde scoperte culturali, momenti emozionanti e storie toccanti. Alcune narrazioni si sviluppano giorno per giorno, grazie al lavoro che svolgi con le persone o a degli incontri casuali. Altre storie invece ti vengono raccontate, ma sono comunque così vivide che ti sembra di poter vedere con i tuoi occhi realtà lontane e strazianti.
Proprio quello che mi è successo di recente parlando con Brother Ravi, un seminarista Gesuita che vive nella comunità dove sono ospitata anch'io. Prima di poter diventare Padre un giovane che si unisce alla Compagnia di Gesù deve studiare e lavorare per 16 anni. Gli studi comprendono una laurea di propria scelta, una in filosofia e una in teologia. Le attività svolte invece possono essere le più disparate: insegnare inglese nelle scuole, coordinare i lavori negli slum, aiutare a gestire una parrocchia. Oppure, si possono fare anche esperienze più brevi, un po' avventurose, che permettono ai novizi di capire come vivono i più poveri e i più emarginati. E' quanto ha fatto Brother Ravi un anno dopo il suo ingresso nella Compagnia a Bangalore, in collaborazione con i Salesiani di Don Bosco:
"Quando avevo 17 anni ho vissuto per cinquanta giorni come un ragazzo di strada. Eravamo io ed un altro giovane Gesuita. Non è stato difficile inserirsi in una gang. Alla stazione centrale dei treni di Bangalore ci sono almeno dieci nuovi streetboys al giorno. In genere si tratta di ragazzi scappati di casa per problemi con la matrigna o con il padre alcolizzato. Noi ci siamo presentati un po' sporchi, e ci siamo uniti a loro. Chiaramente si sono resi conto che eravamo diversi, per il nostro modo di fare, perché parlavamo inglese, ma probabilmente hanno pensato che eravamo fuggiti da famiglie ricche. Così ci hanno accettati e abbiamo avuto la possibilità di condividere la loro vita.
All'inizio tutto faceva paura e infatti per i primi quindici giorni non abbiamo dormito per strada con loro, ma in un bugigattolo affittato dai Salesiani. Poi ci siamo abituati e siamo andati a dormire con gli altri ragazzi ovunque: in stazione, sui treni, nascosti alla meno peggio da qualche parte.
La sveglia era alle 4 e si cominciava subito l'attività di raccolta dei rifiuti, che non era proprio solo raccolta dei rifiuti... Rubavamo così tanto! Era davvero divertente, scavallavamo cancelli interi, venivano via che era una meraviglia. Quando finivamo la raccolta, alle 10 si andava a vendere, e il guadagno cambiava di giorni in giorno. A volte prendevamo cinquanta rupie, a volte duecento, ma non duravano mai. Andavamo tutti al cinema, compravamo la droga, puff! E i soldi erano spariti. La droga non era forte, mi ricordava le bottigliette del cancellino. I ragazzi ne versavano un po' sulla stoffa e sniffavano. Un giorno l'ho provata anch'io, ma non ho sentito nulla, mi è girata solo un po' la testa.
Il pomeriggio era dedicato all'elemosina, per me la parte più brutta. Non mi veniva proprio da chiedere i soldi, non ce la facevo. Solo una volta mi sono veramente immedesimato, ed è successo perché sono rimasto senza mangiare per ore... Me lo ricordo ancora: erano le due del pomeriggio, mi ero svegliato alle quattro del mattino per lavorare come rag-picker e non avevo messo nulla nello stomaco dal giorno prima. Ero così affamato! Allora si che ho chiesto veramente l'elemosina! Purtroppo però mi è andata male, perché comunque avevo l'aspetto di un giovane forte rispetto agli altri, e nessuno mi ha dato niente, e mi sono addormentato per strada.
C'era un altro tipo di elemosina, poi, che era ancora peggio, ed era quando chiedevamo cibo e non soldi. Oh, pensavo che non sarei sopravvissuto! Prendevamo un sacco enorme e poi andavamo di casa in casa, di bottega in bottega, e le persone buttavano dentro qualsiasi cosa, e tutto diventava un gran miscuglio che poi mangiavamo assieme con le mani luride.
I ragazzi però erano assuefatti a quella vita. Era davvero dura accettarlo. Senza farci notare dai capi-branco, noi prendevamo alcuni di loro ogni tanto e li portavamo alla Don Bosco per inserirli in una scuola-istituto, ma la maggior parte scappava, non voleva restarci. Amavano i furti, la droga, la libertà... E il sesso. Perché i più grandi abusavano sistematicamente i più piccoli e tutti i ragazzi assieme abusavano sistematicamente l'unica ragazza della gang - ogni gang ne aveva una o due. Era terribile lo stato in cui erano conciate quelle ragazze. I maschi bene o male se la cavavano in strada, ma le femmine dopo solo qualche settimana erano ridotte in uno stato disumano. Puzzavano a dieci metri di distanza. Erano totalmente abbandonate a se stesse, alla droga, alla morte.
Anche i sogni dei ragazzi erano irripetibili. Nel gruppo per esempio c'era un bambino di circa otto anni. Aveva degli occhi vispissimi e un visetto dolce... Era davvero carino! Aveva lavorato in un circo e ci intratteneva spesso facendo acrobazie. Ma quando gli ho chiesto cosa sognasse di fare nella vita, la sua risposta è stata: 'Voglio uccidere i miei genitori.' Voleva ucciderli perché l'avevano venduto al circo e la compagnia l'aveva torturato per insegnargli a fare le capriole. Ogni volta che sbagliava, prendevano una barra di metallo, la mettevano sul fuoco e poi gli bruciavano le gambe. Erano tutte piene di ustioni. Non sono mai più andato al circo dopo aver conosciuto quel bambino."

MULTINAZIONALI DA EVITARE PARTE 2


Unilever














Molte associazioni animaliste come Animal Aid hanno lanciato una campagna contro la Unilever per lo sfruttamento degli animali durante gli esperimenti.
E' boicottata anche per i salari e le condizioni di lavoro nelle sue piantagioni in India (dove possiede il 98% del mercato del tè).
La Unilever controlla i marchi: Lipton Ice Tea, Coccolino, Bio presto, Omo, Surf, Svelto,Cif, Lysoform, Vim, Algida, Carte d'Or, Eldorado, Magnum, Solero, Sorbetteria di Ranieri, Findus, Genepesca, Igloo, Mikana, Vive la vie, Calvè, Mayò, Top-down, Foglia d'oro, Gradina, Maya, Rama, Bertolli, Dante, Rocca dell'uliveto, San Giorgio, Friol, Axe, Clear, Denim, Dimension, Durban's, Mentadent, Pepsodent, Rexona,

Chiquita














E' coinvolta in tutto. Intrighi internazionali, scioperi repressi nel sangue, corruzione, scandali e colpi di stato. Utilizza massicce quantità di pesticidi, erbicidi e insetticidi. Approfitta della sua posizione di potere per imporre prezzi molto bassi delle aziende agricole da cui si rifornisce.
Nel 1994 il sindacato SITRAP ha denunciato l'esistenza di squadre armate all'interno delle piantagioni in Centro America e in Ecuador. I lavoratori sono sottopagati, senza alcuna assistenza medica. Le attività sindacali sono represse talvolta con la forza.

 Procter & Gamble













Questa multinazionale statunitense (fatturato annuale 76mila miliardi di lire) ufficialmente è boicottata dalle associazioni animaliste (Buav, Peta e Uncaged) perché testa i suoi prodotti sugli animali. Ultimamente però la Procter & G è tornata alla ribalta con le patatine Pringles. Contengono organismi geneticamente modificati.
Per quanto riguarda l'ambiente, nonostante le politiche di riduzione degli imballaggi e dei componenti inquinanti, l'azienda rimane una delle maggiori fonti di rifiuti del mondo: i pannolini. In America sono il 2% della spazzatura totale del paese.
E' nota anche per appoggiare associazioni "ambientaliste" che difendono le politiche delle aziende e delle grandi industrie.
Nel 1997 aveva messo a punto un prodotto di sintesi, battezzato Olestra, da utilizzarsi come sostituto dell'olio. Dopo lunghe pressioni sulla Food and Drug Administrator il prodotto era stato autorizzato all'impiego. E' stato accertato che provoca diarrea e impedisce l'assorbimento di vitamine liposubili.
La P&G controla i marchi: Intervallo, Lines, Tampax, Bounty (carta assorbente), Tempo, Senz'acqua Lines, Dignity, Linidor, Pampers, Lenor, Ariel, Bolt, Dash, Tide, Nelsen, Ace, Ace Gentile, Baleno, Febreze, Mastro Lindo, Mister Verde, Spic&Span, Tuono, Viakal, Pringles, Infasil, Heald&Shoulders, Keramine H, Oil of Olaz, AZ, Topexan, Infasil, Dove, Panni Swiffer,

Novartis











Leader, insieme alla Monsanto nel settore delle biotecnologie. Specializzata nella produzione di mais geneticamente modificato.
Distribuisce con i marchi: Isostad, Vigoplus (bevande dietetiche), Novo Sal, Ovomaltine, Cereal, Piz Buin (crema protettiva)

Esso











I Verdi del Parlamento Europeo hanno lanciato una campagna di boicottaggio perché la Exxon, l'industria più ricca del mondo, ha sostenuto fortemente l'abbandono del protocollo di Kyoto per la difesa ambientale da parte degli Stati Uniti.

Monsanto











Metà del suo fatturato annuale (34mila miliardi di lire) proviene dalla produzione di erbicidi, di ormoni di sintesi e di sementi geneticamente modificate. Il resto proviene dalle attività farmaceutiche.
E' il terzo produttore del mondo di pesticidi e controlla il 10% del mercato mondiale. E' una delle maggiori aziende del mondo nella produzione di sementi geneticamente modificati (capaci di resistere agli stessi erbicidi prodotti dalla stessa Monsanto).
Nel 1997, negli Stati Uniti, ha pagato una multa di 50mila dollari per pubblicità ingannevole. Aveva definito l'erbicida Roundup un prodotto "biodegradabile ed ecologico".
Ancora nel 1997, in occasione della conferenza sul clima di Kyoto, la multinazionale ha fatto pressioni affinché la conferenza non inserisse gli HFC (idro fluoro carburi, sostanze pericolose perché contribuiscono in misura notevole all'effetto serra) fra i gas da ridurre.
Nel 1999 è stata denunciata per abuso di posizione dominante nel settore delle biotecnologie.
Sempre nel 1999 è stata denunciata perché testava i suoi prodotti sugli animali.
Controlla i marchi: Mivida Misura