domenica 24 febbraio 2013

FIGLIE DELL'INDIA


Si è diffusa in tutto il mondo la notizia del recente episodio di violenza sessuale avvenuto a Delhi, la sera del 16 dicembre 2012: una ragazza di 23 anni, studente di fisioterapia, sale con un amico a bordo di un autobus privato (come ce ne sono molti per sopperire alla cronica mancanza di bus statali); sfortunatamente per lei quella sera 6 uomini ubriachi, tra i 15 e i 40 anni, anch'essi passeggeri dell'autobus, hanno deciso bene di riempire di botte entrambi e stuprare la ragazza, lasciandoli poi a margine della strada una volta finiti i giochi.
Lei ha riportato numerosi versamenti interni e la parziale distruzione dell'intestino (l'hanno picchiata con tondini da costruzione di metallo) e sabato 29 è morta in un ospedale di Singapore dove era stata trasportata d'urgenza per tentare un salvataggio in extremis da parte delle autorità indiane.
Questo stupro di gruppo ha sconvolto gli animi di tanti indiani e ha suscitato una vera e propria  sommossa popolare a Delhi, davanti il parlamento: migliaia di cittadini hanno urlato, esposto cartelli e subìto i pestaggi della polizia in quello che (secondo molti) è il piu' importante episodio di rivolta popolare da quando gli inglesi se ne sono andati.
A questo proposito rimando alle splendide foto dell'Atlantic.
Questi rivoltosi hanno chiesto misure drastiche e molti, moltissimi, chiedono l'introduzione della pena di morte per stupro nel codice penale; ricordiamo che in India la pena di morte si applica per impiccagione.
Questi i fatti; ora le riflessioni.
Innanzitutto lo stupro della giovane fisioterapista non è né il primo né l'ultimo; in India ci sono 
22172 stupri l'anno, è il terzo paese al mondo dopo Sud Africa e Stati Uniti. A onor del vero, facendo un calcolo rapportato alla popolazione (numerosa), l'India ha meno stupri di Spagna o Russia, ma è anche vero che questo crimine è in fortissimo aumento (+ 791% dal 1971, anno in cui lo stato ha cominciato a registrarne il numero) e tenderà a salire ancora.
Oltretutto la stragrande maggioranza degli episodi non vengono riportati, per paura dell'emarginazione che una ragazza potrebbe avere, per paura del giudizio dei parenti, per l'infamia sociale, perché nessuno vuole sposare una ragazza non vergine (specialmente se perduta in questo modo). Ho letto recentemente che il numero di stupri indiani è in realtà ottanta volte quello dichiarato e non faccio fatica a crederci; la maggior parte della popolazione vive ancora in situazioni arcaiche o semi-arcaiche, in villaggi o cittadine molto remoti e molto chiusi mentalmente, molti villaggi sono regolati dal panchayat (gruppo di 5 saggi) e sono loro che amministrano la giustizia e spesso e volentieri questi 5 "geni" optano per un matrimonio forzato tra lo stupratore e la vittima, per salvare capra e cavoli (come d'altronde si faceva spesso in sud Italia, un matrimonio per salvare l'onore della ragazza e della di lei famiglia).
Questo stupro in particolare è salito alla ribalta per una coincidenza di eventi: gli Indiani cominciano a prendere coscienza politica, dopo secoli di mutismo servile, e hanno dentro un'urgenza di scendere in piazza per far valere le loro ragioni di cittadini; i media (giornali e televisione) sguazzano in episodi del genere e hanno fomentato ulteriormente gli animi; la ragazza era una medio-borghese della capitale, quando una ragazza di una tribu' in una cittadina di uno stato minoritario viene torturata e abusata sessualmente non si sollevano molti animi.
A tal proposito, consiglio di vedere quest'ottimo intervento di Arundathi Roy, una famosa scrittrice e attivista indiana, autrice del libro "Il dio delle piccole cose". Questo punto di vista è giusto ed è esattamente questo il problema in India: c'è una cultura predominante che è violenta e maschilista (in barba a chi sogna l'India dei film e dei libri rosa) e che ha visto in quest'episodio un'attacco alle loro figlie. Non c'è un vero risentimento per le condizioni delle donne in India, al cittadino medio non gli passa per l'anticamera del cervello che il gentil sesso non goda degli stessi diritti del "maschio". La regola generale è che la ragazza studi (per avere un titolo di prestigio, per un eventuale matrimonio combinato) e finita la scuola trovi un buon marito a cui donare tanti figli; non scherzo, è esattamente così. Le donne che perseguono una carriera sono assolutamente una minoranza, nei villaggi e tra gli strati sociali piu' bassi, ma anche tra la classe media. Sicuramente non si possono pretendere livelli da Europa; è una nazione giovane e ha ancora molto da fare per recuperare i secoli di distacco, però per cominciare serve l'ammissione di colpa, e questa non c'è. 
La gente è arrabbiata perché non vuole che le loro figlie siano rovinate economicamente e socialmente da uno stupro, mica perché è sbagliato a prescindere. 
Oltretutto c'è tutta una interpretazione dell'evento completmente sbagliata: molti affermano che non c'è recupero da queste violenze, che la ragazza vivrà il resto della vita in una sorta di limbo tra vita e morte e che l'infamia è troppo grande (anche per questo si chiede a gran voce la pena capitale, perché lo stupro è visto come un'assassinio mentale e sociale). Tutto il contrario invece di quello che si cerca di dire nei consultori di mezzo mondo alle ragazze vittime di violenze: che non è la fine del mondo, che hanno tutta una vita davanti, che devono essere forti e cercare di vivere con rinnovato spirito. 
Che una vita umana non finisce con un imene rotto; la vita umana è grandiosa e degna di vivere anche quando sembra che tutto vada contro. 
Ma questo i media non lo raccontano (indiani e stranieri) perché il grillo parlante non ha mai fatto piacere a nessuno ed è meglio uccidere una verità piuttosto che affrontarla da adulti.

STUPRATE PER ENTRARE IN AMERICA

Disposte a tutto per il "sueño americano". Pronte persino a lasciare che il proprio corpo diventi il passepartout per accedere a una vita migliore. Sono le migliaia di donne del Centro-America che ogni anno attraversano i 5.000 chilometri di territorio messicano prima della frontiera con gli Stati Uniti. Una terra di nessuno, abitata da crudeltà e maltrattamenti, banditi, trafficanti e poliziotti senza scrupoli, che sottopongono ad ogni sorta di abuso i migranti. Specie le donne, appunto. Che rappresentano la maggioranza delle persone che intraprendono questo viaggio: sono il 57 per cento di coloro che lasciano il Guatemala, il 54 per cento di quelli che provengono da El Salvador e Honduras, secondo il Tavolo Nazionale per le migrazioni del Guatemala. 


Donne per cui l'ipotesi di diventare vittime di uno stupro è una certezza quasi matematica. Al punto che prima di lasciare il loro Paese prendono precauzioni. Alcune fanno incetta di preservativi. Ma sempre più sono coloro che s'iniettano il Depo-Provera, un composto anti-concezionale costituito da un solo ormone, il medroxiprogesterone, che impedisce il rilascio dell'ovulo per tre mesi. Un farmaco ormai tanto comune tra le migranti da essere stato ribattezzato da alcuni esperti "l'iniezione anti-Messico".

In pochi conoscono così bene il fenomeno come Marcela Zamora. Salvadoregna, di origine nicaraguese, cineasta, la Zamora ha percorso il lungo cammino intrapreso ogni giorno da migliaia di centro-americane. Per quattro volte, dietro una macchina da presa. E ha dato così vita al documentario "Maria en tierra de nadie". Prodotto insieme a Idheas, associazione messicana dedicata alla protezione dei diritti dei migranti, è una raccolta di testimonianze raggelanti su questo viaggio della speranza. "Viaggio durante il quale sei, otto donne su dieci vengono violentate", stando alle stime della sociologa ed esperta di migrazioni alla Sorbona, Argan Aragon. Che nel documentario racconta di aver visto ragazze lasciare il Guatemala, con una dozzina di preservativi nella borsa come sola protezione, che con rassegnato realismo spiegavano: "Sappiamo a cosa andiamo incontro". Ovvero, un tragitto d'inferno durante il quale il corpo diventa, volenti e nolenti, la moneta con cui pagare i balzelli estorti da trafficanti e agenti corrotti per avanzare verso la frontiera. 

Un abuso che non ha fatto che aumentare negli ultimi anni con il crescere della criminalità e della corruzione in Messico. Così, secondo il documentario, sempre più spesso si fa ricorso al Depo-Provera. Se difficilmente si riesce a convincere uno stupratore a indossare un preservativo, l'iniezione ha invece un'efficacia altissima: del 97 per cento. E' accessibile venduto liberamente nelle farmacie del Centro-America, poiché usato a partire dagli anni 70 dalle autorità sanitarie come trattamento per la pianificazione familiare. Il quotidiano El Paìs sottolinea che alcune Ong americane sostengono che sia pericoloso, provochi danni alle ossa e al sistema ormonale, e che sia stato usato in passato in alcuni Paesi più ricchi come metodo di sterilizzazione di massa. 

Certo è che non protegge le donne da Hiv e altre malattie veneree. E non ha probabilmente protetto le donne che hanno avuto la sfortuna di incontrare un uomo che era il terrore delle migranti che attraversavano il Chiapas, nel Messico meridionale. Considerato portatore di Hiv, andava in giro a stuprare donne con impunità. "Per un anno e mezzo", racconta la Zamora. Finché le autorità l'hanno catturato. Oltre al Depo-Provera, un'altra protezione delle migranti sono i "maridos". Mariti fittizi. Uomini diretti negli Usa come loro, a cui propongono un patto semplice: prestazioni sessuali in cambio di protezione fino al confine. "Il sesso finisce così per essere una strategia", spiega Aragon. "Per cercare di evitare i controlli delle autorità e gli assalti dei criminali, alcune donne passano persino da un camionista all'altro, concedendo favori sessuali". Nella speranza di arrivare - prima o poi, salve - in America.

venerdì 22 febbraio 2013

BELGIO - PAURA DELLA POLIZIA


Dal Belgio un video che sta facendo il giro del mondo, destinato a sollevare polemiche e proteste di piazza. Si tratta di una registrazione mandata in onde dall’emittente Vrt che mostra il pestaggio a morte da parte di alcuni poliziotti di un giovane detenuto che si trovava in una cella del  commissariato di Mortsel, ad Anversa.
La storia è del 2010 ma il video, crudo e surreale, è stato diffuso solo adesso. Le immagini sono agghiaccianti: il giovane Jonathan Jacob fermato dalla polizia sotto effetto di anfetamine è chiuso in una minuscola cella, nudo. All’improvviso entrano sei poliziotti ed iniziano a picchiarlo con manganelli, calci e pugni fino ad ucciderlo. All’arrivo del medico non c’è più niente da fare. Il detenuto, cultore del body-building faceva uso di anfetamine, sostanze che rendono aggressivi. Quando fu fermato il magistrato aveva chiesto che fosse portato  in una struttura psichiatrica ma non successe. Fu condotto nella cella del commissariato dove per la violenza cieca di alcuni agenti è morto.  Un agente e il medico dell’ospedale psichiatrico sono stati rinviati a giudizio: il primo per le botte, il secondo per omissione colposa ma alcuni dei responsabili dell’omicidio sono ancora a loro posto.
Il video integrale lo potete vedere QUI!

MARYLAND - ADDIO PENA DI MORTE


Ancora un passo avanti verso l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti. Dopo la recente decisione del Parlamento del New Mexico di abolirla, anche i legislatori del Maryland hanno approvato una legge che introduce forti restrizioni all’attuale legislazione in materia.Pur non prevedendo la sua completa abrogazione, il provvedimento ne limita l’applicazione ai casi di omicidio di primo grado in cui la responsabilità dell’imputato sia dimostrata dalla prova del DNA, o da altre tracce biologiche, oppure da una confessione video-registrata.Soddisfazione per l’esito del voto è stata espressa dalla direttrice esecutiva della Conferenza Cattolica del Maryland, Mary Ellen Russell. "Questa misura - ha dichiarato in un’intervista al giornale diocesano di Baltimora "The Catholic Review, ripresa dall’agenzia Cns – è un importante passo avanti per fare in modo che non vengano sacrificate vite di persone innocenti e per limitare l’applicazione della pena capitale.È incoraggiante vedere che il messaggio della Chiesa sul valore della vita, compresa quella di un criminale condannato, sta forse cominciando a convincere l’opinione pubblica e molti legislatori", ha inoltre osservato, precisando che la Chiesa del Maryland continuerà comunque la sua battaglia per la completa abolizione. Prima del New Mexico, la pena capitale, reintrodotta dalla Corte Suprema americana nel 1976, era stata abolita nel New Jersey nel 2007. Attualmente è in vigore in 35 Stati. In Montana una proposta di abolizione è stata approvata dal Senato e attende il vaglio della Camera, mentre in Kansas un analogo disegno di legge non è passato al Senato.Secondo diversi osservatori, in diversi casi le proposte per l’abolizione della pena di morte sono motivate anche dai suoi alti costi insostenibili con l’attuale crisi. (L.Z.)

giovedì 21 febbraio 2013

ROBERTA RAGUSA, SI CERCA IN CASA LOGLI

PISA - Continuano le indagini sul caso Ragusa. Una perquisizione è in corso nell'abitazione della famiglia di Roberta Ragusa a Gello di San Giuliano Terme ed è condotta dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale. I militari stanno ispezionando alcune parti del complesso residenziale di proprietà dei Logli, famiglia del marito, ma non è chiaro se si stiano seguendo nuovi spunti investigativi. La donna è scomparsa da oltre un anno e gli inquirenti sospettano che a ucciderla sia stato il marito. La sensazione è quella che si possa essere vicini a una clamorosa svolta e che gli inquirenti siano sul posto per verificare una volta per tutte se il corpo della povera Roberta possa essere nascosto da qualche parte proprio in quella che era la sua casa.


LA PERQUISIZIONE 
Sul posto da stamani operano anche i cani del nucleo cinofilo di protezione civile della pubblica assistenza di Rosignano Marittimo (Livorno) specializzati nell'individuazione di tracce ematiche e resti umani. Stando a quanto si è appreso, le ricerche si concentrano particolarmente in un capannone adibito a magazzino posto sul retro della casa e anche in altre pertinenze di proprietà della famiglia Logli, nel complesso residenziale di via Ulisse Dini a Gello di San Giuliano Terme dove viveva Roberta Ragusa, l'autoscuola e altre attività commerciali che risultano regolarmente aperte: si tratta di un'autofficina e una scuola di danza. Nello stesso complesso anche se in case separate abitano i genitori di Logli e il fratello. 

"ALLONTANATE I GIORNALISTI" L'avvocato di Antonio Logli, Roberto Cavani, ha chiesto l'intervento dei carabinieri della stazione di Pontasserchio (Pisa) per fare allontanare il più possibile giornalisti, fotografi e cameraman dalla proprietà della famiglia dove è tuttora in corso la perquisizione. I cani del nucleo cinofilo di protezione civile della Pubblica assistenza di Rosignano Marittimo (Livorno), specializzati nell'individuazione di tracce ematiche e resti umani, stanno ispezionando vari luoghi della casa e del giardino di casa, oltre a un capannone adibito a magazzino e altre pertinenze di proprietà della famiglia. La perquisizione è stata disposta dalla procura di Pisa.

TESSUTI TOSSICI

Tre pigiamini, indicati per bimbi da 0 a 2-3 anni, a lungo termine potrebbero rappresentare un rischio per la salute di chi li indossa. Uno della linea Blukids (di Upim) contiene un colorante a rischio, vietato da una Direttiva europea; mentre il pigiama Texbasic (di Carrefour) e un modello di Tezenis contengono quantità eccessive di ftalati, altre sostanze chimiche indesiderate. Anche se non si tratta di danni immediati, ma di potenziali rischi per la salute, non utilizzarli è una precauzione necessaria.
Grazie alla nostra segnalazione Upim e Carrefour hanno deciso di ritirare i loro prodotti dal mercato a scopo cautelativo; Tezenis si riserva di fare accertamenti, anche se il prodotto non è più in vendita perché appartiene a una collezione superata (quella autunno-inverno 2007). Alla luce dei nostri risultati è necessario fare controlli su larga scala. La nostra denuncia, infatti, è arrivata alle autorità. Il problema potrebbe essere molto più diffuso e riguardare probabilmente anche i vestiti per adulti.
Il nostro test
Abbiamo selezionato quindici indumenti per bambini piccoli, per verificare la presenza di sostanze tossiche. I 13 pigiami e le 2 magliette sono stati scelti perché riportavano stampe colorate e plastificate, nelle quali possono nascondersi le sostanze sospette che cercavamo. Gli ftalati, per esempio, additivi sfruttati per ammorbidire le plastiche, sono utilizzati nelle stampe plastificate dei capi. Volevamo anche sapere se la concentrazione delle sostanze chimiche era preoccupante. Questo aspetto può incidere molto sugli effetti provocati dall’esposizione prolungata del bimbo. Dal tessuto alla pelle, infatti, possono migrare sostanze chimiche indesiderate soprattutto in caso di intensa sudorazione. Anche succhiando l’indumento il bambino può assorbirle attraverso la saliva.
Esistono norme europee che impongono limiti all’uso di sostanze chimiche ma, come accade per molti nostri test, non esiste un’unica normativa di riferimento.
Per le sostanze chimiche nell’abbigliamento e nei prodotti destinati all’infanzia esistono anche standard internazionali. Per le nostre prove ci siamo riferiti allo standard volontario Oeko-tex, che ha lo scopo di controllare la presenza di sostanze nocive nei tessuti. Alcune sono del tutto proibite (molte di quelle considerate cancerogene), altre possono essere utilizzate con parsimonia (è il caso della formaldeide). Per il nostro test non abbiamo verificato tutti i parametri previsti dall’Oeko-tex: ci siamo concentrati sulla ricerca di formaldeide, metalli pesanti, coloranti, ftalati e alcuni solventi, in pratica le sostanze chimiche da monitorare in tutti i prodotti destinati ai bambini. Le prove hanno simulato l’inalazione, l’ingestione e l’assorbimento attraverso la pelle.
Formaldeide. Può essere presente negli indumenti nuovi perché è utilizzata nelle ultime fasi di lavorazione, prima del confezionamento. Di questa sostanza, riconosciuta come cancerogeno per alcune forme di tumori alle prime vie respiratorie, quasi tutti i pigiamini del test contengono solo tracce. Per togliersi ogni dubbio, comunque, è sufficiente lavare i capi un paio di volte prima dell’uso. La formaldeide è idrosolubile e quindi viene scaricata a ogni lavaggio.
Coloranti. Il pigiama Blukids di Upim contiene un colorante vietato dalla direttiva europea. Si tratta di una sostanza tossica, da tempo proibita. L’azienda ha ritirato il prodotto dopo la segnalazione di Altroconsumo. È necessaria maggiore vigilanza da parte delle autorità, e i produttori devono fare la loro parte. Il ricorso a sostanze dannose, soprattutto se non indispensabili, è assolutamente ingiustificato.
Ftalati. Quattro pigiami contengono una quantità elevata di ftalati, davvero eccessiva nel caso dei capi Tezenis e Texbasic, sonoramente bocciati nel test. Questa prova è stata fatta solo sui campioni che hanno stampe plastificate, dove appunto si utilizzano gli ftalati.
Altre sostanze. Abbiamo ricercato anche i metalli pesanti (come cromo, arsenico, mercurio e piombo) e sono presenti solo in tracce. I solventi (come benzene e toluene) possono essere presenti nei capi che contengono poliestere, ma non compaiono in nessuno dei due campioni del test.
Più controlli

L’industria tessile fa un uso massiccio di sostanze nocive, e per questo è considerata anche una delle più inquinanti. Detergenti, pesticidi e coloranti lasciano le loro tracce sui capi e possono avere effetti dannosi per la salute. Nonostante la pericolosità del settore, non esiste ancora una legge italiana che imponga regole severe ai produttori. In più le aziende sono spesso prive di sensibilità verso la clientela e non fanno sforzi per garantire trasparenza e informazione. Un esempio? Nel nostro test solo 2 pigiami su 15 riportano il marchio Oeko-tex.
Molte sostanze tossiche possono essere sostituite con altre più sicure per la salute. Le alternative tra cui i produttori possono scegliere per la lavorazione dei prodotti è la riprova che si può fare prevenzione. Come dimostra il fatto che sul mercato (e anche nel nostro test) ci sono prodotti realizzati senza sostanze nocive. La verità è che anche quando esistono alternative disponibili, le aziende non sono motivate a sostenere costi per modificare le proprie procedure di lavorazione ormai collaudate da tempo. La rincorsa al contenimento dei costi di produzione non deve far scivolare la sicurezza in secondo piano. I produttori dovrebbero invece considerare come obiettivo primario la salvaguardia della salute dei cittadini. Lo scarso interesse per la clientela è visibile già in etichetta, dove mancano semplici ma utili precauzioni, come “lavare prima dell’uso” per esempio.
L’inutile “Made in…”
Spesso ci troviamo a comprare un capo d’abbigliamento per l’infanzia in un negozio specializzato pensando di avere maggiori garanzie. La nomea di una marca non è sempre una sicurezza. Nel nostro test due pigiami acquistati in negozi dedicati ai bimbi, Chicco e Prenatal, contengono ftalati.
Un altro luogo comune vuole che la provenienza di un capo da Paesi considerati a rischio (pensiamo al caso cinese) sia di per sé sinonimo di problemi. Non è sempre così. Dalle nostre prove non emerge un Paese particolarmente critico. Il pigiama Disney baby at Oviesse, prodotto in Cina, supera tutte le verifiche del test; il pigiama Blukids di Upim, prodotto in India, è bocciato; stessa cosa succede al capo Tezenis, prodotto in Egitto. Noi italiani in particolare siamo affezionati alla cultura del made in Italy, conosciuta in tutto il mondo. Ma il “made in…” di per sé non è una garanzia di sicurezza. Innanzitutto non è chiaro di cosa si tratti. Si riferisce al prodotto finito? O alla materia prima? La provenienza geografica non è un criterio affidabile per scegliere un prodotto. Per esempio il made in Italy include prodotti confezionati qui, ma con tessuti importati dalla Cina o da altri Paesi. Il “made in” è da leggere più che altro come protezione dell’industria tessile europea dai rischi della concorrenza internazionale. Ma non riguarda la tutela del consumatore.
Pigiami da evitare. Segnalati al Ministero
Su 15 indumenti per bambini delle principali marche, sottoposti al test, e venduti nella grande distribuzione e nei negozi per l’infanzia, 3 hanno problemi di sicurezza. Contengono sostanze nocive per la salute dei bambini: il rischio va dalle allergie fino a effetti tossici e cancerogeni. Altroconsumo ha segnalato il grave caso al ministero dello Sviluppo economico e alla Camera di Commercio di Milano.
Le istituzioni devono intervenire, il nostro test è molto probabilmente solo la punta dell’iceberg del problema: la presenza di sostanze indesiderate nei vestiti. Un rischio che riguarda tutti, anche gli adulti, a cui l’industria tessile deve rimediare. Lo conferma anche il fatto che i nostri colleghi di Belgio e Spagna, che hanno fatto il test, hanno denunciato problemi analoghi.
Ci stiamo impegnando perché i produttori facciano una campagna di richiamo dei pigiami a rischio. Ma è grave anche la responsabilità delle autorità, che tardano ad applicare una legge severa che regoli il settore dell’abbigliamento. La nostra denuncia è la riprova che non esistono controlli, e quindi manca un’adeguata tutela della salute dei consumatori.
Cosa sapere
La prevenzione per i bimbi è fondamentale, più che per gli adulti. Ecco perché Altroconsumo fa informazione sui prodotti per bambini, non certo per terrorizzare i genitori. I pigiamini usciti male dal test sono potenzialmente pericolosi nel lungo periodo.
Per dimostrarvi che non ci sono rischi immediati né gravi, abbiamo fatto indossare i campioni del test ai figli di alcuni colleghi. Li potete vedere in queste foto, in veste di indossatori, per aiutarvi a individuare i modelli del test e capire se si tratta dello stesso capo che avete acquistato anche voi.
Cosa fare. Qualche precauzione
Come dimostra il test, negli indumenti possono esserci sostanze chimiche dannose o indesiderate. Soprattutto se si tratta di capi per bambini è bene prendere qualche precauzione.
Conviene evitare l’acquisto di indumenti con stampe plastificate e scure, che possono contenere le sostanze nocive più a rischio.
In molti casi lavare bene il capo prima dell’uso permette di scaricare buona parte delle sostanze chimiche. La formaldeide per esempio a ogni lavaggio viene eliminata. Ecco perché nei capi non nuovi ce n’è sempre meno.
Scegliere i vestiti in base alla provenienza non è una garanzia. Come dimostra il nostro test, non sono necessariamente i capi che provengono dai Paesi considerati a rischio a far emergere i problemi. Il made in Italy, così come altre etichette, non garantisce la sicurezza dei vestiti. Il marchio Oeko-tex, invece, si rivela attendibile. I capi del test che lo riportano non contengono sostanze nocive.
Neanche il prezzo è una garanzia. Il pigiama Lidl, il più economico, ha un risultato identico al pigiamino Benetton, che costa più del triplo.

VITTORIA IN AMERICA E SCONFITTA IN ITALIA PER I GAY


È stato paragonato a un vento. Che soffia e spinge ogni giorno di più verso una sola direzione: l'affermazione dei diritti delle coppie omosessuali.  Un vento che mostra la sua forza attraverso le vittorie che la comunità Lgbt - sigla che raccoglie il mondo omosessuale a 360 gradi, lesbiche, gay bisessuali, transessuali, trangender - sta ottenendo in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti dove da martedì negli stati delWashington, Maryland e Maine i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali, allaFrancia - è di qualche giorno fa la notizia dell'approvazione in Consiglio dei ministri della norma che consentirà le nozze gay -  passando per la Spagna dove il nuovo ministro Rajoy le ha tentate tutte pur di fare retromarcia rispetto alle decisioni prese dal suo predecessore Zapatero. Alla fine si è arreso di fronte alle sentenze della Corte Costituzionale spagnola.O ancora, il cattolicissimo Portogallo, tra i primi due anni fa a consentire il matrimonio tra omosessuali, e "l'insospettabile" (perché a maggioranza musulmana e guidata da un premier conservatore) Albania. Entrambi mostrano da tempo, in tema di diritti per gli omosessuali, il loro lato liberale. Spostandosi oltre Oceano c'è poi il caso argentino, basti pensare a una data: il 15 luglio 2010. Quando l'attesa prima e la festa poi per l'approvazione della legge sui matrimoni gay hanno trasformatoBuenos Aires nella patria sudamericana dei diritti.

Un vento nuovo, si diceva. Che soffia un po' ovunque ma non in Italia. Dove in tema dei diritti per le coppie omosessuali regna calma piatta. Poco o nulla. Ogni tanto si alza la bufera ma sempre in direzione contraria rispetto ai buoni esempi europei e americani. Il presidente nazionale di Arcygay Paolo Patanè ha definito il nostro "paese del quarto mondo per diritti civili e libertà". Se nel resto d'Europa si parla di matrimoni gay, in Italia siamo ancora fermi alla discussione se estendere o no una norma (la legge Mancino del 1993) che assicura protezione "contro  -  si legge nel testo - le discriminazioni motivate da condizioni razziali, etniche, nazionali o religiose a tutte le minoranze" Vale per tutti ma non per gli omosessuali.  E quasi come una beffa, la mattina dopo il bis elettorale di Obama e l'affermazione dei referendum sulle nozze gay in alcuni stati americani,  in Italia la commissione giustizia della Camera bocciava il testo base per una nuova legge contro l'omofobia, che prevede proprio l'estensione della legge Mancino. "L'ennesima dimostrazione  -  dice la deputata Pd Paola Concia, prima firmataria del provvedimento e da sempre in prima fila nelle battaglie su questi temi  -  della distanza siderale tra questo Parlamento e la realtà fuori che chiede a gran voce diritti uguali per tutti".

Guardando la mappa "dei diritti umani gay e lesbiche" stilata da Ilga, network globale di associazioni locali e nazionali che operano per il raggiungimento di eguali diritti a favore del mondo LGBT, l'Italia mostra così il suo lato peggiore. Somigliando a Paesi dove la completa assenza di legislazione significa intolleranza, diritti negati, isolamento e in alcuni casi morte.

Come riporta Amnesty International, in più di 80 paesi del mondo l'omosessualità è considerata un reato; in otto di questi Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Qatar, Sudan, Yemen e negli stati della federazione della Nigeria che applicano la sharia i rapporti fra persone dello stesso sesso sono puniti con la pena di morte.

 In Cina i gay non sono considerati illegali ma neanche legali. Per lo stupro omosessuale sono previsti solo 15 giorni di detenzione e solo nel 2001 l'omosessualità è stata rimossa dai disordini mentali. C'è chi prova a combattere come Li Yinhe, membro del Comitato nazionale della Cppcc (Conferenza politica consultiva del popolo cinese),  che per tre volte ha presentato al Congresso Nazionale del Popolo, una proposta di legge per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Sempre respinta.

C'è poi il caso del continente africano dove nella metà degli stati è prevista la carcerazione (vedi Algeria e Marocco), in alcuni l'ergastolo e anche la pena di morte (come in Sudan e Mauritania). Il caso David Kato, attivista ucciso in Uganda per aver denunciato un giornale omofobo è solo la punta dell'iceberg.  Nel 2011 in Camerun Jean-Claude Roger Mbede è stato condannato a 36 mesi di carcere per omosessualità. La sua colpa? Essere stato trovato in compagnia di un uomo con il quale i servizi segreti camerunensi sospettavano Mbede potesse avere avuto una relazione.

Una sorte simile tocca anche agli omossessuali che vivono in Iran dove la "sharia" li identifica come "nemici di Allah" e ne prevede la morte. Lo scorso maggio la Corte Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran ha confermato la condanna alla pena capitale per quattro giovani gay: Vahid Akbari, Sahadat Arefi, Javid Akbari e Hushmand Akbari.

In Arabia Saudita l'omosessualità è ritenuta illegale e considerata al livello di gravi reati quali lo stupro, l'omicidio e il traffico di droga. Nel 2010 Un ragazzo di 27 anni, accusato di avere una relazione con un altro uomo è stato arrestato e condannato a 1460 giorni di galera e 500 colpi di frusta sulla schiena solo per aver amato un altro uomo, fatto sesso con lui e indossato abbigliamento intimi femminile.

Tornado verso occidente, c'è il caso russo. Il parlamento di San Pietroburgo ha di recente approvato una legge che vieta la cosiddetta "propaganda omosessuale" criminalizzando di fatto qualunque attività o informazione che riguarda le persone Lgbt e le relazioni tra persone dello stesso sesso.  Chi come la cantante Madonna proprio a San Pietropurgo, sulle note della hitHuman Nature, ha mostrato la schiena nuda con scritto "senza paura" per difendere la comunità Lgbt, ha ricevuto in cambio di tutto: dai roghi delle sue immagini organizzate da gruppi di ultraortodossi cristiani, agli insulti arrivati da alti funzionari pubblici russi su Twitter fino a una denuncia per "danni morali e promozione dell'omosessualità".

Se ci sposta poco più a ovest la situazione non cambia. Nel 2010  -  si legge nel report di Amnesty - il parlamento della Lituania ha approvato, in prima lettura, un emendamento al codice amministrativo che prevede multe da 2000 a 10000 litas (580 - 2900 euro) per la "promozione in pubblico delle relazioni omosessuali"; multe che costituirebbero l'applicazione della legge sulla protezione dei minori contro l'effetto negativo delle informazioni che "denigrano i valori della famiglia" o "promuovono un'idea diversa di matrimonio e famiglia", in vigore dal marzo 2010. 

 In Turchia la discriminazione basata sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere è una realtà. Le persone transgender sono spesso vittime di aggressioni e uccisioni  e non sono tutelate contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere. I crimini di odio contro le persone Lgbti hanno colpito  maggiormente le donne transgender, che spesso non hanno accesso al mondo del lavoro e sono costrette a prostituirsi,  con il rischio di subire aggressioni e maltrattamenti. Nel 2009, cinque donne transgender sono state uccise e soltanto in un caso è stata emessa una condanna. 

In Europa paesi come Serbia e Ucraina tollerano l'esistenza della comunità Lgbt ma non permettono lo svolgimento dei Pride (le grandi feste dell'orgoglio omosessuale). E' di qualche giorno fa la decisione del governo di Belgrado di non concedere la piazza. Motivi? Troppo forti le pressioni sul primo ministro Ivica Dacic da parte del capo della chiesa ortodossa serba, dei partiti della coalizione di governo e di gruppi di estremisti, per non far svolgere la manifestazione. Corteo che per quanto riguarda l'Italia si terrà la prossima estate a Palermo. Sfilerà l'orgoglio di chi chiede diritti di fatto e non parole o intenzioni. Un evento che raccoglierà migliaia di persone. Si chiedono con forza risposte, in attesa che anche da noi il vento del cambiamento cominci finalmente a soffiare.